VINCITRICE DEL PREMIO DEL PUBBLICO 20-21

Intervista ad Ana Celdrán Beltrán

di Ilaria Ferri

Scultrice spagnola (nasce nel 1978 a La Unión, Murcia) con un passato nel restauro, Ana Celdrán Beltrán attualmente vive e lavora a Venezia.
Il suo continuo desiderio di sperimentare e imparare nuove tecniche l’ha portata a utilizzare nel corso della sua carriera i materiali più disparati dai metalli al legno, dal cemento al marmo, dal vetro alle resine, dalla gomma al gesso.
Dopo aver ottenuto nel 1996 il Diploma di Maturità Classica si laurea nel 2001 all’Università Politecnica di Valencia nella Facoltà di Belle Arti di San Carlos, con indirizzo di studi in pittura, scultura e disegno. Nel 2000 vince una Borsa di Studi Socrate-Erasmus per l’Italia nell’Accademia di Belle Arti di Venezia dove si interessa in particolar modo per gli studi di anatomia artistica sotto la direzione del professore Mauro Zocchetta. Consegue nel 2002 i corsi di Dottorato nel programma di Disegno e Pittura per avere il Diploma di Studi Avanzati nella Facoltà di Belle Arti a Valencia, e allo stesso tempo ottiene l’Abilitazione all’Insegnamento Tutoriale. Nel 2003 vince la Borsa di Studi Leonardo da Vinci e torna a Venezia per finire con il Dipartimento di Disegno la sua specializzazione in “Anatomia del movimento”. In questo periodo si avvia anche verso il recupero e restauro dei Beni Culturali, attività che prosegue negli anni successivi.
Conosce la realtà dell’Istituto Statale d’Arte di Venezia seguendo le esperienze e collaborando con maestri d’arte come Elio Martella, Giacinto Fantin, Carlo Meneghello, Antonio Furini. Contemporaneamente intraprende una collaborazione con il maestro Guglielmo Pinna in progetti di arte, musica e teatro.

Riflettendo sul percorso dei grandi maestri del passato, hai ammirato la loro “curiosità, l’entusiasmo, le tecniche, lo studio, la sperimentazione, il confronto, il sapere critico, insomma, la ricerca del proprio essere e del proprio linguaggio”. L’Arte secondo te è un modo per definire la propria identità e trovare il modo per raccontarsi al mondo? Uno strumento per analizzare e capire sé stessi per poi confrontarsi con gli altri?

L’Arte è senz’altro un percorso per scoprire se stessi e per raccontarsi secondo le proprie capacità. La creatività consente di ampliare la propria visione intuitiva ed emotiva, traducendola, nel mio caso, nelle forme, per arrivare al confronto con gli altri. Tutta l’informazione che abbiamo è legata alle proprie esperienze, emozioni e curiosità, e, allo stesso tempo, è vincolata al contesto socioculturale in cui cresciamo e ci muoviamo. In questo senso l’identità artistica, dove si ritrova il proprio linguaggio, diventa un dono che viene poi riconosciuto dagli altri. L’Arte naviga tra questi aspetti ed è molto interessante scoprirli e metterli in relazione. È un modo molto nobile per acquisire una ricchezza superiore.

Hai iniziato la tua carriera nel restauro, ma poi sei passata alla scultura. Un punto di riferimento che ha sempre contraddistinto il tuo lavoro è la forma, i volumi, la lavorazione dei materiali fino a che non raggiungono l’idea che ti sei prefissa. Infatti, affermi “Lavoro la forma seguendo la linea dei profili, disegnando nello spazio finché le forme si armonizzano nei particolari, finché il volume padroneggia”. Come si sviluppa il tuo processo creativo? Come inizia? Quale scintilla gli dà l’avvio?

Ho iniziato a lavorare in restauro per poter supportare i miei studi in Italia e mantenere la mia attività creativa che non ho mai tralasciato. Questa esperienza mi ha aiutato ad arricchire una conoscenza parallela nel mondo dei materiali e delle tecniche oltre ad allargare il patrimonio umano e culturale.

Mi sono avvicinata in particolare alla scultura già ai tempi dell’Università in Spagna grazie al mio maestro scultore José Doménech Ciriaco che percepì, prima di me, che questa era la mia strada.

Il viaggio creativo parte dall’osservazione della natura, dalla curiosità di scoprire la sua verità e le sue leggi immutabili, cercando di guardare al di là di quel velo superficiale che abbiamo al primo sguardo. Questo implica lo studio delle forme e delle sue regole, un’attività che è sempre in costante movimento. Poi il desiderio creativo porta ad un immaginario che rompe le logiche razionali, e qui il viaggio diventa infinito.

La nascita di ogni opera è qualcosa di complesso. Parte sicuramente da una necessità interiore, che può trovare terreno fertile in qualsiasi momento e per cause insospettabili, poi c’è un tempo latente di maturazione dove la prima “scintilla” deve prendere forma.

Inizia così uno studio approfondito dell’idea e del progetto, attraversando in prima persona le fasi dell’esperienza del materiale e della costruzione.

Il disegno, in ognuna di queste fasi, è fondamentale. Le forme che viaggiano come idee nella mente trovano normalmente corpo, in primo luogo, in uno schizzo sulla carta, poi in un piccolo bozzetto dove poter valutare relazioni e proporzioni e infine nella scultura definitiva. In questo percorso governa fortemente la linea, guidando in ogni caso i grandi volumi e i piccoli particolari. E arrivando a tal punto la comunicazione deve aver già trovato un linguaggio comprensibile, semplice, immediato e profondo.

Nel momento in cui le forme e i volumi sono predominanti nel tuo lavoro, il materiale per te diventa fondamentale. Che rapporto hai con i materiali? Ne hai sperimentati moltissimi, ti sei cimentata con varie tecniche ciascuna adatta al materiale che hai utilizzato. Cosa significa per te utilizzare questi materiali e imparare queste tecniche? In una intervista a cui hai partecipato in occasione delle “Giornate Europee dei Mestieri d’Arte 2021 – Materiali al Lavoro” hai affermato “Chi non tocca, non crea. Toccare vuol dire conoscere”, cosa provi nel toccare con mano legno, gesso, cera, vetro ecc. e vedere come il materiale risponde al tuo tocco? Come scegli il materiale per una tua opera? in base al progetto che vuoi portare avanti o assecondando il tuo desiderio di lavorare con un particolare materiale?

Nel materiale si trova l’immediata risposta della natura e si può godere di questa soltanto conoscendola e rispettandola altrimenti la stessa natura non concede nulla.

Come farebbe un musicista se non sapesse ascoltare e sentire il suo strumento? Come un insegnante se non entrasse nella “pelle” dei suoi studenti? Come un ingegnere a costruire se non dominasse le leggi naturali? … Con lo stesso atteggiamento ci si confronta con la creatività. In questa non c’è niente di scontato ed è lei stessa che richiede disciplina, altrimenti parleremmo solo di idee e di improvvisazioni.

Nella scultura la materia e i materiali sono fondamentali, perché togliendo tutte le altre regole, come il colore o la prospettiva, restano unicamente il disegno e la materia. Per questo bisogna conoscerli entrambi. È un gioco di forze e di compromessi, di alchimie e di equilibri.

La conoscenza delle tecniche e dei materiali porta ad un vasto ventaglio di possibilità. Ognuno di noi è e si esprime in base a quello che conosce ed è per questo che la comunicazione aumenta se il linguaggio diventa diretto e semplice. È un arricchimento. Una crescita. La sperimentazione di tecniche sui materiali è un gioco inesauribile e la scoperta poi una fonte di soddisfazione.

A volte risulta che il progetto richieda un materiale preciso. Talvolta è il materiale a costringere l’idea perché non è adatto né percorribile, come avviene nel caso del vetro. Così come ci sono momenti in cui la materia può ispirare l’idea e altri in cui l’idea si lascia sedurre da un materiale.

È curioso scoprire come ci sono materie e tecniche più o meno affini al proprio carattere se si pensa a loro semplicemente in termini di grandezza, durezza, gentilezza, calore o leggerezza.

Le forme del corpo umano sono un tema ricorrente nelle tue opere. Una sorta di “classicismo passionale” che unisce il rigore dei tuoi studi con la carnalità dei corpi, ma che allo stesso tempo racconta uno stato d’animo, un percorso. Cosa significa per te la figura umana?

La figura umana, nonostante sia stata da sempre motivo di ispirazione, resta una fonte misteriosa ed inesauribile. Si ha la sensazione, nel cercare di tradurla, di non raggiungerla mai, e ognuno, nell’affrontarla, apporta quella parte di sé che è unica e irripetibile.

Il corpo, essendo il luogo delle emozioni, è anche il perfetto custode delle leggi della bellezza. Contiene in sé un mondo espressivo immediato e sincero, reagendo ogni volta agli stimoli che percepisce dal mondo attraverso le sensazioni.

Lavorare rispettando questi criteri mi fa mantenere una tensione costante, una ricerca continua. Sicuramente è la scusa estetica ideale per raccontare, attraverso il mio codice plastico, il mio linguaggio immaginario ed emotivo.

Sei partita dalla Spagna per approfondire i tuoi studi e sei rimasta poi in pianta stabile a Venezia. Come mai hai scelto proprio l’Italia? Che influenza hanno avuto i maestri incontrati nel tuo percorso italiano? Quale è stata la lezione che hai fatto tua e che porterai per sempre con te? Quanto hanno influito sul tuo modo di intendere e fare Arte?

Sin da bambina sono stata affascinata dal mondo dell’arte, grazie al fertile ambiente familiare e culturale. Sfogliando sin da subito i libri d’arte non potevo non accorgermi facilmente dell’immenso ed emozionante patrimonio italiano. È stato da sempre un filo invisibile che mi ha attirato verso l’Italia e, per la prima volta, grazie ai miei studi, ho potuto seguire i passi di una volontà profonda.

Il percorso italiano, a livello artistico è, in qualche modo, e per la mia visione, d’obbligo. Ho avuto, e ancora ho, la fortuna di godere della grande bellezza che ha ispirato e ispira questo paese. I maestri del mio percorso li ho trovati dentro e fuori dalle strade dell’arte, perché queste non seguono sempre le vie “ufficiali” o accademiche. Come racconta sempre il mio caro amico e maestro, Guglielmo Pinna, quando parla dei “poeti muti” e dell’importanza di guardare le cose con visione “obliqua”, serve una prospettiva diversa per avere una visione più profonda. Così, sono stata influenzata sia dai maestri d’arte dell’Accademia di Venezia nel sistema concettuale e costruttivo del corpo umano, sia da quella grande famiglia dei maestri dello Storico Istituto Statale d’Arte di Venezia, soprattutto nella sezione di oreficeria e scultura, dal loro sistema di progettazione e creazione nelle diverse tecniche delle arti applicate. E, in modo indiretto, da quelli che non ho mai incontrato ma che mi hanno parlato attraverso il linguaggio tecnico ed estetico delle loro opere che ho potuto apprendere nel mondo del restauro.

Ho compreso molte lezioni e ho imparato a farle mie, ma forse penso di più a quelle che mi aspettano. Credo che la cosa più importante sia l’approccio al fare e la curiosità rinnovata, il senso di misura e l’equilibrio, e l’influenza come valore e riconoscimento dell’altro in una atmosfera dove non deve mai mancare il senso del gioco, la capacità di muovere le idee e la consapevolezza del gruppo.

Hai partecipato all’ottava edizione del Premio COMEL, e vinto il Premio del Pubblico, con una splendida fusione in alluminio dal titolo L’Abbraccio. Come è stata per te questa esperienza? Cosa ti ha spinto a partecipare? Avevi già utilizzato l’alluminio prima? Come è nata quest’opera che ha colpito così tanto i visitatori della mostra Legami in Alluminio?

Mettermi in gioco è una delle cose che amo in assoluto e l’opportunità che mi offriva questo Premio ne ha reso possibile l’esperienza. Ogni opera è di per sé una esperienza unica e il percorso, dall’inizio alla fine, è un esercizio che mi riempie enormemente. Questo premio è un riconoscimento molto bello e importante perché il confronto con il pubblico è fondamentale, proprio per la diversità di pensieri e di emozioni. Se c’è una comunicazione tra l’opera e lo spettatore vuol dire che il dialogo è diretto e l’obbiettivo è raggiunto. Di questo sono felice e soddisfatta, anche se per me non è mai una meta.

La materia, in questo caso, è stata l’elemento che ha attirato fin dall’inizio la mia attenzione. L’alluminio lo avevo utilizzato come materiale ma non come fattore predominante all’interno di un’opera. Ho pensato che questo condizionamento mi avrebbe costretta a percorrere una strada diversa e questo mi incuriosiva ancora di più. L’opera è nata tenendo presente il materiale per primo e poi la tematica, che in qualche modo era molto affine ad una parte del mio lavoro: L’abbraccio come l’istinto più puro della materia, quello che ci unisce e di cui siamo fatti. In questo lavoro le forme intervengono per esprimere le differenze, e l’emozione del gesto completa l’armonia della natura. Il punto esatto, rappresentato da due corpi nello spazio, è un luogo di partenza che si allarga verso orizzonti più vasti. Un piccolo universo che abbraccia tutti i suoi elementi.

La creatività necessita di curiosità, così come di sperimentazione alla quale difficilmente riesco a rinunciare. Tecnicamente la fusione in terra di Francia è stata una esperienza incredibile perché è una tecnica che si usa normalmente per forme semplici e preferibilmente geometriche, e non per volumi complessi come era il mio caso. Ebbi la fortuna di trovare un “mago” che fu capace di risolvere la fusione di un “pezzo impossibile” attraverso l’impressione del modello per pressione sulla sabbia e creando poi tasselli estraibili per poterli smontare, liberando il modello. La tecnica adatta sarebbe stata la fusione in cera persa ma non seppi resistere alla sfida. Successivamente lavorai l’opera risultante in metallo per donarle la sua “pelle” definitiva, battendola a martello e cesello, e la sospesi con delle corde per poter costruire, saldando in acciaio, la struttura dove riposa.

L’esperienza non solo mi ha arricchito personalmente, anzi mi ha fatto scoprire un ambiente genuino creato con grande entusiasmo e dedizione, dove le competenze vengono condivise in un gruppo di professionisti che porta avanti un progetto di grande valore culturale. Di questo sono veramente grata.

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