PREMIO COMEL VANNA MIGLIORIN

Intervista a Monica Gorini

di Dafne Crocella

Nasce a Domodossola, vive e lavora tra Milano e il Lago d’Orta. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, ha da sempre affiancato all’attività artistica la formazione in ambito pedagogico didattico collaborando con Università, istituzioni e Accademie importanti. La ricerca artistica di Monica Gorini, che attinge all’esperienza vissuta per molti anni con persone non vedenti, si basa sulla contaminazione tra diversi linguaggi con una spiccata propensione alla sperimentazione. Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia, negli Stati Uniti, Francia, Germania e Spagna.

L’installazione Rayons de Lumière, ha ottenuto una menzione speciale tra le 13 opere finaliste della X edizione del Premio Comel grazie alla raffinatezza della sua ricerca sulla luce, sia a livello materico che concettuale. Come ritieni che questi due aspetti, quelli tecnici e quelli concettuali, convivano nella tua arte?

Entrambi gli aspetti sono imprescindibili nel mio lavoro e strettamente collegati. Soprattutto è fondamentale per un’artista avere conoscenze tecniche perché consente di comprendere la fattibilità di un progetto e portare al massimo la capacità espressiva di un’idea. L’innata propensione alla ricerca e alla conoscenza mi ha permesso di imparare tecniche anche complesse in svariati settori.

Nella tua ricerca artistica la luce gioca un ruolo fondamentale. Quando e perché è nato quest’interesse?

Abitando sul lago d’ Orta ho sempre subito il suo fascino. In quel luogo le condizioni di luce mutano rapidamente e con il trascorrere del tempo trasformano l’aspetto della realtà; in pochi minuti tutto cambia magicamente, tutto scorre rivelando un’immensa varietà di visioni. Anche la natura spirituale della luce mi ha sempre sedotto. Negli ultimi decenni l’ho studiata da un punto di vista ottico e scientifico. Poi c’è il mistero del suo rapporto con il colore “Esiste luce, radiazione di un certo intervallo di lunghezze d’onda, senza provocare colore, ma non esiste colore (tranne che nei nostri sogni e nella nostra immaginazione) senza luce.” La luce è una radiazione capace di eccitare il sistema visivo umano, mentre il colore è la sensazione provocata dalla luce. (Robert Hirschler). “Già Newton aveva compreso che i raggi per parlare correttamente, non sono colorati. Con questo intendeva dire che un colore è in realtà una sensazione della mente risultante dalla luce, proprio come un suono è una sensazione della mente risultante dalle vibrazioni fisiche dell’aria.” (David Briggs).

Mi ha affascinato anche il neon; tubi colorati, Less is more, la massima del minimalismo. Le semplici strutture di lampade fluorescenti ideate da Dan Flavin per Villa Panza già molti anni fa avevano lasciato intravedere la forza di un nuovo lessico percettivo; le potenzialità di scolpire lo spazio vuoto. Nel suo esperimento Ganzfelds, campo totale, James Turrel superererà il neon; invaderà una stanza di pura luce diffusa in maniera uniforme ed intensa con cambi di cromie ad intermittenza, un esperimento che impedirà allo spettatore di percepire la profondità dello spazio ma creerà una forte sensazione di spiritualità. L’interesse per la luce ha segnato il mio percorso di artista, sto lavorando per ideare sculture immanenti fatte di luminosità fosforescenti.

Totem – Variations-perceptives

L’installazione Rayons de Lumière appartiene a una serie di lavori nati in seguito a una tua residenza artistica in Francia: Synthèse visuelle. Puoi raccontarci qualcosa su come è nato questo progetto e da cosa è stato mosso?

Nel nord della Francia ogni elemento del paesaggio colpisce, non solo negli occhi, ma nel corpo e nei sensi. Lì bisogna essere in grado di sostenere la luce. Non c’è luogo migliore della Normandia per studiare il variare di quel sottile e invisibile pulviscolo che sta tra noi e le cose, l’enveloppe, che aveva fatto perdere la testa anche ai pittori Impressionisti. A Giverny ho trascorso giornate intere ad osservare la superficie specchiata dell’acqua dove gli arcipelaghi di ninfee condividono lo spazio con il riverbero del sole, con i riflessi dei cieli solcati dalle nuvole e dal vento in un gioco mutevole e in continuo divenire.

Synthèse visuelle è anche il titolo di un tuo libro scritto in seguito alla residenza francese. Perché hai sentito l’esigenza di riportare in un testo la tua ricerca? Cosa senti che abbia aggiunto al progetto artistico?

Il libro è la trascrizione di un diario scritto quasi quotidianamente durante il periodo della residenza. Ho deciso di pubblicarlo per rendere comprensibile tutte le fasi di un lavoro apparentemente molto concettuale.
L’arte contemporanea non è difficile: va solo spiegata. A me interessa instaurare un dialogo con lo spettatore; solo così può cogliere il messaggio profondo contenuto nelle mie opere.

La Natura è guida del tuo lavoro. La osservi, la racconti, stabilisci con lei una sorta di dialogo che riporti ai fruitori delle tue opere. Quali sono gli aspetti del mondo naturale che ti affascinano di più e quale (se c’è) il messaggio che senti di dover raccogliere dalla Natura?

Nel mio approccio cross-modale alla Natura, ossia con una interconnessione tra i sensi, molto vicina alla sinestesia, il mio pensiero è olistico; c’è il riconoscimento di una intelligenza dell’Universo che unifica il Tutto e che coinvolge molti aspetti del sapere: matematici, botanici, filosofici, estetici, scientifici, poetici, spirituali.
In questo senso il mio concetto di Natura ha orizzonti molto ampi. Più la studio e più comprendo quanto abbia da imparare dalla sua bellezza, dalla sua perfezione, dalle sue leggi… . ne sono completamente affascinata.

Synthèse visuelle (copertina)

Oltre alla luce nei tuoi lavori ritorna frequentemente anche l’acqua, come specchio, come superficie riflettente, come alterazione della percezione visiva. Che rapporto c’è tra acqua e luce nei tuoi lavori? Sia a livello simbolico che materiale?

L’acqua e il cielo sono i miei elementi. A volte si confondono, si scambiano di posto, si caricano di attesa e di mistero. L’acqua, con le sue trasparenze e il suo fluire incessante, mi ha sempre sedotto; mi permette di studiare ancora meglio la luce. Ogni corpo ha determinate proprietà di riflessione, assorbimento e trasmissione della luce che vanno considerate in un contesto più ampio soprattutto quando entrano in gioco nella scena osservata fattori come le ombre e l’acqua con la sua superficie riflettente. Gli studi sulle variazioni e sulla percezione diventano vertiginosi: costruzioni e decostruzioni. Lo specchio dell’acqua così come il colore creano repliche ma destrutturano anche. Sono la “mise en abîme” della Natura dove non c’è una fine.

Allo spettatore viene chiesto di prendere parte fisicamente al gioco percettivo perché non basta la mente; anche il corpo è un mezzo imprescindibile di conoscenza. Attraverso le mie sculture egli si trasforma in un fruitore attivo nel processo di trasformazione del proprio vedere.

Nel tuo lavoro tornano spesso le palette di legno dipinte con colori diversi, quasi a creare una sorta di inventario cromatico. Cos’è per te il colore? E perché hai scelto la forma delle palette per riprodurlo?

Ho una percezione del colore legata a stimolazioni sensoriali combinate che vanno oltre il visivo: temperatura, suoni, forme, movimenti, profumi provocano sensazioni reali che mi permettono di comprendere una determinata tonalità. Accade come se nel momento dell’osservazione si attivassero connessioni neurali, memorie, teorie, conoscenze pregresse nei diversi campi e insieme concorressero alla comprensione del colore del soggetto naturale su cui è focalizzata l’attenzione. L’atto del comprendere diventa cioè la somma di diverse aree di conoscenza che si connettono in una visione interdisciplinare. Mi sembra interessante la prospettiva degli studiosi Rolf G. Kuehni e Andreas Schwarz quando scrivono: “Sebbene la piena comprensione del colore continui a sfuggirci, sembra chiaro che alla fine essa verrà dalla ricerca in neurobiologia, percezione e coscienza”.

Le palette sono state scelte perché in alcuni momenti di elevata concentrazione percepisco il paesaggio esattamente a “palette”, sorta di pixel che compongono la veduta. La Natura per me è come fosse una Matrix. Viva. Capace di comunicare attraverso codici. Ne avverto la musica e l’intelligenza, resa visibile persino in rapporti matematici. Alla maggioranza delle persone si manifesta invece in modo più esplicito sottoforma di armonia cromatica.

I tasselli di legno sono derivati dal rettangolo aureo, alfabeti semplici di forma e luce in dialogo, nelle mie installazioni, con specchi, plexiglass colorato e retroilluminato, acciaio, led.

Oltre alle palette colorate nel tuo lavoro tornano le superfici metalliche e in particolar modo l’alluminio. Quando e perché hai iniziato a lavorare con questo materiale? Quali sono le sue caratteristiche che ritieni più utili per esprimere la tua ricerca artistica?

L’alluminio specchiato è un materiale molto interessante; mi consente di “rendere visibili” al meglio le mie ricerche sulla percezione visiva. Ho iniziato ad usarlo proprio in seguito alla residenza in Francia perché era perfetto per “parlare” della natura della visione su cui sto compiendo i miei studi.

Synthèse Visuelle, 2023 – Installazione presso Gilda Contemporary Art, Milano. Foto: Vincenzo Pagliuca

Utilizzi diverse tecniche, dalla fotografia, alla video art, alla pittura, alla scultura o l’installazione. Ogni tecnica mette in mostra angolazioni diverse di un’unica ricerca. C’è un medium che senti più congeniale al tuo lavoro o al quale sei maggiormente affezionata? E come scegli con quale tecnica affrontare una ricerca?

Io sono sicuramente un’artista visiva ma dopo aver lavorato a lungo con persone non vedenti è diventata un’esigenza la sperimentazione attraverso l’utilizzo di un intreccio di più linguaggi. Concordo, ogni tecnica mette in mostra angolazioni diverse di un’unica ricerca e proprio per questo motivo il risultato finale è più completo. Anche la cross-modalità, caratteristica della mia percezione, mi rende ormai difficile lavorare con un medium specifico. Penso però sia la fotografia lo strumento a me più congeniale e immediato. Ne faccio un uso totalmente creativo imponendo spesso alla macchina impostazioni che mettono a dura prova il suo funzionamento pur di rendere visibili atti percettivi e fenomeni impalpabili che voglio narrare.

Oltre al rapporto con Monet, particolarmente evidente nel tuo progetto Synthèse visuelle, ci sono altri artisti che ritieni importanti come stimolo alla tua ricerca?

Sicuramente Mark Rothko di cui andrò vedere a breve la mostra antologica presso la Fondation Louis Vuitton, a Parigi. Sono pronta ad un confronto emotivo e spirituale con le sue opere ma anche con me stessa.
Poi lo statunitense James Turrel che ha sigillato la smaterializzazione dell’arte grazie alla luce. Ma più che gli artisti, studiati direttamente attraverso le loro opere conservate nei musei o presso le gallerie di tutto il mondo, sono stimolo alla mia ricerca gli esperimenti e le scoperte di matematici, studiosi delle neuroscienze, filosofi, maestri spirituali, capaci di assecondare la mia continua curiosità verso l’Universo, il capire chi siamo e la complessità del nostro essere… pura energia luminosa.

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