PREMIO COMEL 2025

Intervista a Xin Zhang

di Ilaria Ferri

Xin Zhang, nata nel 2000, è una giovane artista cinese all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove nel 2024/25 frequenta il corso di Pittura e Arti Visive. Laureata in Animazione 2D e 3D presso l’Università di Tecnologia di Changchun (2019-2023), ha completato un diploma di scuola superiore con corso di lingua italiana e un master in Pittura e Arti Visive. La sua pratica artistica fonde tecniche digitali e tradizionali, creando opere che esprimono movimento, colore ed emozione. Ha esposto progetti personali come “La danza delle farfalle” e insegna arte ai bambini, trasmettendo creatività e sensibilità artistica. Parla cinese, inglese e italiano.

Hai partecipato alla XII edizione del Premio COMEL con Tenda di Lame, un’installazione che trasforma un elemento domestico e accogliente in qualcosa di potenzialmente minaccioso. Come è nata l’idea di questo lavoro e quale riflessione ne è stata all’origine?

Il punto di partenza di questo lavoro è stata una riflessione sulla ‘sicurezza interiore’ e su cosa significhi ‘nascondersi da sé stessi’. Tutto ha avuto inizio durante i miei studi in Italia: vivevo in un appartamento condiviso, e la mia camera era l’unico luogo che sentissi veramente mio. Non tolleravo che qualcuno entrasse nel mio spazio senza permesso, così iniziai a montare tende e tendaggi per separare il mio regno privato dal mondo esterno. Da qui è nata l’idea dell’opera: accostare delle morbide tende a delle lame affilate, trasformando un oggetto caldo e rassicurante in qualcosa che evoca, al contrario, un profondo senso di minaccia e disagio.

In Tenda di Lame la rigidità del metallo e la morbidezza della tenda convivono in un equilibrio precario. Quanto è stato importante per te costruire questa tensione anche sul piano visivo e spaziale?

Questo continuo contrasto tra morbidezza e rigidità è il vero cuore dell’opera. A livello visivo, la leggerezza del tessuto si scontra in modo netto con la freddezza tagliente del metallo, mentre nello spazio circostante questa opposizione crea una tensione che si può quasi toccare. Credo che, in fondo, tutto questo rispecchi profondamente il mio stato interiore. È proprio in questo fragile equilibrio tra morbido e duro, tra il trattenere e il lasciar andare, che risiede l’anima e la vera vitalità di questo lavoro.

Tenda di lame

Il tema dell’edizione 2025 del Premio COMEL è stato “Alluminio, la forza silenziosa”. Nel tuo lavoro il metallo sostiene, collega, struttura, ma non si impone visivamente. Ti riconosci in questa idea di forza discreta ma resistente? Che rapporto hai con l’alluminio come materiale espressivo e in che modo dialoga con il senso complessivo dell’installazione?

Mi ritrovo profondamente nel concetto di “forza del silenzio”. L’alluminio non è un materiale che urla o che cattura l’attenzione in modo sfacciato, eppure è lì: sostiene, unisce e dà forma all’intero lavoro con una forza discreta, ma inamovibile. Ed è esattamente questo che desideravo esprimere: le emozioni taciute, i piccoli traumi, il nostro io più silenzioso. Sono tutte cose che non danno nell’occhio, ma che lavorano nell’ombra, sorreggendoci e plasmando chi siamo. In quest’opera l’alluminio non è il protagonista visivo, ma ne è lo scheletro essenziale; con la sua natura misurata e quieta, unendosi alle lame, completa il racconto della nostra ” interiorità più segreta”.

Definisci Tenda di Lame «una rappresentazione figurativa di uno stato psicologico», in cui le lame simboleggiano emozioni represse, traumi e parti trascurate di noi stessi, piccoli “sussurri nello spazio”. Il ribaltamento del significato di un oggetto normalmente protettivo può essere letto anche come segnale di un mutamento psicologico o sociale? Che cosa vorresti che il pubblico percepisse o comprendesse osservando l’opera?

Le tende sono il nostro schermo contro il mondo, mentre le lame rappresentano le emozioni che reprimiamo e i traumi che scegliamo di ignorare. Prendere un oggetto quotidiano che dovrebbe farci sentire al sicuro e stravolgerlo, rendendolo pericoloso, è per me un monito: reprimere troppo a lungo, nascondersi dietro a infinite maschere, finisce per trasformare il nostro stesso scudo in una ferita interiore. Non si tratta solo di una mia dinamica personale, ma è il riflesso dell’alienazione e delle finzioni così diffuse nella società in cui viviamo. Il mio desiderio è che chi guarda quest’opera non si fermi allo spavento o alla curiosità, ma riesca a specchiarsi in essa. Perché quella fragilità e quell’inquietudine, celate dietro un’apparenza rassicurante e delicata, sono profondamente umane e ci accomunano tutti.

Tenda di lame (particolare)

La tenda è un elemento che si attraversa: implica una scelta, un gesto, un avvicinamento. Immagini lo spettatore come un osservatore distante o come qualcuno chiamato a confrontarsi fisicamente con l’opera e con il rischio che essa suggerisce?

Non voglio assolutamente che il pubblico provi ad attraversare l’opera. Il pericolo è reale ed è stato pensato apposta: cercare di passarci in mezzo sarebbe un rischio enorme. Questo limite che non si può superare è una parte fondamentale del lavoro. Invito le persone ad avvicinarsi per sentire la tensione e la minaccia, ma senza mai toccare nulla. Il pericolo qui non è finto, si può percepire davvero. Ed è proprio questa sensazione di rischio che obbliga chi guarda a smettere di fare solo lo spettatore, spingendolo a fare i conti con quello che ha dentro.

Il tuo percorso ti ha portata dalla Cina all’Italia, dall’animazione 2D e 3D alla pittura e all’installazione. Questo attraversamento di linguaggi e culture ha cambiato il tuo modo di intendere il confine, la separazione e il concetto stesso di spazio?

Il mio percorso dalla Cina all’Italia, passando per l’animazione 2D e 3D, la pittura, e arrivando infine alle installazioni ha cambiato del tutto il mio modo di vedere i concetti di “confine’ e di ‘spazio”. Prima pensavo che un confine fosse solo un ostacolo, qualcosa che serve a dividere. Ora ho capito che è soprattutto un luogo d’incontro. Tra culture diverse, tra tecniche artistiche, tra il nostro mondo interiore e quello esteriore, o tra lo spazio pubblico e le emozioni private, non c’è mai un taglio netto. Sono tutte zone di passaggio, vive e piene di tensione. Anche lo spazio, per me, non è più un semplice sfondo, ma è diventato parte dell’opera stessa: è un vero e proprio linguaggio per raccontare quello che ho dentro. Aver vissuto tra culture e forme d’arte diverse mi spinge proprio a voler esplorare di più queste aree sfumate, quegli spazi ‘a metà’ che non hanno ancora una definizione.

Tenda di lame (particolare)

Guardando al futuro, senti il desiderio di approfondire ulteriormente la dimensione installativa e spaziale del tuo lavoro? Quali temi o tensioni senti oggi più urgenti da esplorare?

In futuro, voglio continuare a esplorare l’arte dell’installazione e dello spazio. Per me, i temi più urgenti restano sempre gli stessi: il rapporto tra il nostro mondo interiore e quello esterno, e quel confine sottile in cui viviamo, sempre in bilico tra pubblico e privato. In un’epoca che bada sempre di più alle apparenze e in cui ci sentiamo tutti un po’ più soli e distanti, voglio usare l’arte per arrivare a toccare quelle emozioni umane silenziose, fragili e vere. Perché alla fine, credo che il senso di tutto sia proprio questo: riuscire a incontrarsi e a conoscersi davvero.

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