I FINALISTI DEL PREMIO COMEL

Fatma Ibrahimi

Durrës, Albania
www.instagram.com/neraria_/

I FINALISTI DEL PREMIO COMEL

Fatma Ibrahimi

Durrës, Albania
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CENNI BIOGRAFICI

Fatma Ibrahimi nasce a Durres e si avvicina all’arte attraverso la musica, studiando pianoforte fin da piccola. Trasferitasi in Italia nel 1997, prosegue gli studi musicali al Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro, coltivando parallelamente la passione per pittura e arti figurative, che diventeranno il fulcro della sua ricerca espressiva. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Urbino, ha lavorato come tatuatrice. Vive e lavora a Jesi. Le sue opere sono state esposte in gallerie italiane e internazionali, festival e fiere d’arte, e fanno parte di collezioni pubbliche e private.

OPERA IN CONCORSO

BITUMINIFERA DIVISA, 2024

PITTURA - Tecnica mista (acrilico, olio, plastica, elementi naturali) su alluminio
50 x 50 x 5 cm

Partendo da un indizio floreale l’artista albanese Fatma Ibrahimi interpreta una astrattizzazione progressiva del suo assetto formale, in cui l’alluminio, con la sua intimistica brillantezza e con i suoi lacerti metallici, induce come un riverbero interno, quasi simbolico, quasi spirituale.

RICONOSCIMENTI

VINCITRICE DEL PREMIO COMEL DEL PUBBLICO 2025

con la seguente motivazione:

“La raffinata, preziosa struttura simbolica dell’opera, in cui il dato compositivo si lega ad una intensa visione intimistica.”

Intervista di Dafne Crocella

L’opera presentata al Premio COMEL è stata la prima con cui ho iniziato a sperimentare con l’alluminio. È un materiale freddo, tagliente e riflettente, ma anche vivo, capace di accogliere la luce e restituirla in modi sempre diversi.

L’opera Bituminifera Divisa è stata selezionata dalla Giuria del Premio COMEL tra le 13 finaliste della XII edizione per poi essere scelta anche dal pubblico e aggiudicarsene il premio. Come hai vissuto questo doppio riconoscimento? Cosa ritieni che nel tuo lavoro riesca ad arrivare al pubblico e a toccarlo?

Essere stata selezionata tra i tredici finalisti dalla Giuria del Premio COMEL è stata una grande soddisfazione. Ricevere anche il Premio del Pubblico è un riconoscimento che per me ha un valore speciale, perché nasce da un dialogo silenzioso con chi ha scelto di fermarsi davanti alla mia opera e vi ha riconosciuto qualcosa di proprio.
Credo che ciò che ha colpito maggiormente il pubblico del mio lavoro sia il contrasto tra bellezza e deturpazione, tra la luminosità dell’alluminio e l’oscurità dei frammenti pittorici e materici. Ma soprattutto penso sia arrivata la spinta che anima gran parte del mio repertorio segnico-pittorico: la tensione verso l’origine, la nascita, l’inquietudine primigenia. Nelle conversazioni avute con il pubblico durante l’inaugurazione e la premiazione ho potuto riscontrare quanto fosse arrivato di ciò che smuove la mia ricerca. È sempre rincuorante per me constatare che l’opera arrivi prima di qualsiasi spiegazione.

L’opera appare come un grande seme o una vagina che si schiude. Un chiaro richiamo alla forza della vita. Questo tema è una parte importante della tua ricerca creativa, è stato questo a spingerti a partecipare a questa edizione del Premio COMEL dedicata alla forza?

Sicuramente nel mio lavoro il corpo, l’identità e la dimensione femminile hanno un ruolo centrale.
Bituminifera Divisa è una pianta immaginaria, è anche un seme che richiama una vagina, è una creatura sospesa tra natura e artificio. Dal suo centro affiora una sostanza nera, che per me simboleggia sia una linfa vitale che la fragilità e la ferita del rapporto tra l’essere umano e la natura. La pianta sembra aprirsi e spaccarsi, come se cercasse uno spazio nuovo per rinascere, nonostante tutto. Attraverso quest’opera ho voluto raccontare l’imprevedibilità del mondo naturale e il timore della sua trasformazione per mano nostra, ma anche la possibilità che dalla frattura possa germogliare una nuova forma di vita, diversa e forse più consapevole, rigenerata. È una delle creature ibride, sensuali ma feroci, del mio repertorio di piante quasi aliene.

Bituminifera divisa, 2025

Il titolo Bituminifera Divisa è una complessa chiave d’accesso all’opera. Cosa vuole suggerire all’osservatore? A cosa ti riferisci nello specifico?

Dal centro dell’opera sgorga una sostanza nera che evoca il catrame: elemento perturbante e simbolo di contaminazione e trasformazione. I frammenti metallici si sollevano dalla superficie, spingendosi nello spazio come fenditure, spaccature che destabilizzano la superficie pittorica. Queste aperture suggeriscono un’espansione e una lacerazione della pianta stessa. Il titolo vuole evocare il nome di una nuova specie autogena, nata in un futuro in cui, attraverso l’assenza dell’uomo, la natura porta un incredibile arricchimento ma conserva, incorpora e trasforma le tracce che l’uomo ha lasciato dietro di sé. Rimanda a una natura post-antropocentrica che non consola, ma interroga.

L’opera è realizzata con una interessante tecnica mista dove elementi plastici e metallici si mescolano a inserti naturali creando nell’osservatore il desiderio di avvicinarsi per osservarla meglio, toccarla, soffiarci sopra, interagirci. L’interazione con il pubblico è un aspetto che ricerchi nel tuo lavoro? Che storia hanno i materiali che utilizzi e come ti muovi nello scegliere accostamenti così imprevedibili?

I materiali che utilizzo richiamano fortemente quelli dei miei ricordi d’infanzia. Sono cresciuta in Albania e il gioco per noi bambini era fatto di ciò che si trovava per strada, anche tra i rifiuti abbandonati. Eravamo come gazze ladre alla ricerca del materiale più iridescente e brillante, ciò che trovavamo diventava la fonte di nuove avventure e trasformazioni. Probabilmente, attraverso il mio lavoro e i materiali che scelgo, cerco di ricreare e vorrei trasmettere una tensione simile a quella che anima le mie intuizioni nel momento in cui nascono.

Atrivulva quadridens, 2025

Nell’opera risalta un sapiente uso dell’alluminio che conferisce luminosità e dinamismo grazie alla sua riflettenza. Che rapporto hai con questo materiale? Lo avevi già usato nel tuo lavoro?

L’opera presentata al Premio COMEL è stata la prima con cui ho iniziato a sperimentare con l’alluminio. È un materiale freddo, tagliente e riflettente, ma anche vivo, capace di accogliere la luce e restituirla in modi sempre diversi. Ho iniziato ad utilizzare questo materiale un paio di anni fa, grazie al suggerimento del mio professore Paolo Gobbi, che ringrazio poiché mi ha spinto verso una sfida tecnica ed espressiva che si è rivelata preziosa e adatta alla mia ricerca. Da allora ho realizzato altre opere su alluminio, scoprendone la delicatezza, la leggerezza, la duttilità e la forza.

Nel tuo lavoro prende spazio il lavoro dell’erbario immaginario. Puoi raccontarci qualcosa di questo progetto e che relazione ha con l’opera che hai presentato al Premio Comel?

Il mio recente lavoro prende forma a partire dal mio erbario immaginario, nato come tentativo di esorcizzare un periodo complesso e buio come può rivelarsi quello del post parto. Questa raccolta di vegetali multiformi l’ho intitolato Neraria perché, nato in piena pandemia, in un momento in cui la natura era più facile immaginarla che viverla, rifletteva il sentimento di straniamento e inquietudine che stavo vivendo. Ogni pianta è il risultato di mescolanze tra stimoli ordinari, oggetti quotidiani ma anche memorie, sensazioni corporee e stati d’animo. L’opera che ho presentato al premio COMEL è una naturale evoluzione del mio erbario.

Neraria Herbarium

Janiflora Rubra Nigroflua

La tua ricerca creativa si muove su un cromatismo minimal, quasi esclusivamente bianco e nero. A cosa è legata questa scelta?

Inizialmente il bianco e nero era una scelta spontanea, i primi bozzetti erano realizzati con la Bic o la grafite. Con il tempo ho capito che questa scelta era profondamente adatta al tipo di immagini che volevo creare: delicate ma anche granitiche e ostili. Negli ultimi lavori è apparso anche il rosso, che per me richiama il corpo, i tessuti, le vene, le nervature, gli organi. Lo sfondo beige/avorio è presente su gran parte delle mie opere in carta, tela o tavola. È una scelta consapevole fin dall’inizio perché richiama la carta vissuta, e restituisce all’opera l’imprescindibile natura organica, tipica degli antichi erbari.

La tua tecnica rimanda al lavoro di maestri del Novecento quali sono i nomi che ti hanno influenzata di più e perché?

Il territorio in cui vivo ha avuto un ruolo fondamentale nella scoperta della pittura e dell’arte in generale. Tra i maestri del ‘900 che mi hanno influenzato sono sicuramente Mario Giacomelli con la sua personale visione fotografica così pittorica e irreale, ma anche scultori come Valeriano Trubbiani e Arnaldo Pomodoro. Grazie a un caro amico ho avuto la fortuna di avvicinarmi e di innamorarmi della pittura del tardo Gotico e del Rinascimento presente nelle Marche come ad esempio i fratelli Salimbeni, Vittore e Carlo Crivelli, Piero della Francesca, Raffaello, Lotto, tra molti altri. Una forte influenza ha avuto in me la musica classica poiché ho iniziato a suonare il pianoforte giovanissima. Amo molto il cinema, ad esempio il cinema orientale mi ha contaminato con la sua delicatezza narrativa e le sue visioni post-apocalittiche o cyberpunk. Le influenze in realtà continuano ad ampliarsi ogni giorno tra artisti del passato e del contemporaneo.

In Continuum, Installation view, IIC New York

Semina Paradoxa #1 e #2 (installation view)

In primavera ci sarà la tua personale allo Spazio COMEL. Hai già in mente qualcosa che vorresti presentare?

Sì, ho in mente diverse opere, in alluminio ma anche opere tessili, opere in carta, su tavola e su tela. Sono molto felice di poter tornare allo Spazio COMEL con una mostra personale e spero che le idee che ho in mente continuino a moltiplicarsi.

Oltre alla mostra allo Spazio COMEL ci sono altri progetti futuri di cui puoi svelarci qualcosa?

A marzo parteciperò a una residenza artistica a Palma di Maiorca, un’esperienza che attendo con grande curiosità. Ho già in mente diversi progetti da sviluppare e sono certa che quel territorio non potrà che regalarmi nuovi stimoli e direzioni. Inoltre ultimamente sto lavorando su nuove idee che nascono dall’incontro di due dimensioni, il ricordo del corredo materno e la mia botanica simbolica.

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