I FINALISTI DEL PREMIO COMEL

Margherita Cavallo

Osimo (AN), Italia
www.margheritacavallo.it

I FINALISTI DEL PREMIO COMEL

Margherita Cavallo

Osimo (AN), Italia
www.margheritacavallo.it
CENNI BIOGRAFICI

Margherita Cavallo (Osimo, 1944), architetto e artista a Milano, ha insegnato Progettazione nei licei artistici per oltre quarant’anni, dedicandosi dal 2015 alla ricerca artistica. Il disegno, insieme a libri / oggetto e installazioni, è il suo linguaggio più autentico: uno strumento immediato che trasforma pensiero e immaginazione in racconto visivo. Le sue opere affrontano temi esistenziali, sociali e ambientali attraverso una visione surreale e grottesca, sospesa come in un sogno fuori dal tempo. Dal 2017 espone in mostre personali e collettive; con La Cura (Fondazione Tufano, Milano 2025) rilegge il tarantismo come rito salvifico e terapeutico, riaffermando il valore dell’arte, della musica e della danza come pratiche di guarigione radicate nella cultura mediterranea.

OPERA IN CONCORSO

SONO UNA CREATURA, 2025

SCULTURA - Foglio di alluminio ritagliato al laser e modellato a mano
150 x 150 x 150 cm

Può interpretarsi come un’onda l’opera di Margherita Cavallo: un motivo formale che si dispiega fluido, leggero: trascorre, per così dire, forma e non forma, sagoma forse di un sogno inquieto che prende aspetto, si configura nella mente e si proietta nello sguardo e diventa espressione fisica, essendo la sostanza dell’alluminio duttile, tenace, lucente.

RICONOSCIMENTI

MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA DEL PREMIO COMEL 2025

con la seguente motivazione:

"Per la sciolta versatilità formale e visiva e allusiva della sua opera, ricavata da una lucente lamina di alluminio, resa traccia libera e leggera nello spazio con esperta e freschissima sensibilità. "

Intervista di Dafne Crocella

La cifra del mio lavoro risiede nel racconto e il disegno è lo strumento che prediligo. Le mie opere trattano tematiche esistenziali, problematiche sociali e ambientali sul filo del rasoio di una immaginazione surreale, quasi grottesca.

“Sono una creatura” è l’opera che, dopo essere stata selezionata tra le 13 finaliste del Premio COMEL 2025 ha ricevuto la Menzione Speciale della Giuria per la sua “sciolta versatilità formale, visiva e allusiva”. Senti che questo riconoscimento rispecchi il tuo intento creativo?

Mi riconosco nelle motivazioni, alle quali aggiungo, riferendomi alle caratteristiche dei materiali usati (l’alluminio per il personaggio e il plexiglass per il supporto), la fluidità formale e percettiva dovuta sia alle qualità riflettenti sia a quelle plastiche (malleabilità e duttilità ed all’esiguo spessore della lastra di alluminio che vince sulla corporeità. Concordo anche sull’aspetto allusivo in quanto l’opera suggerisce ma non definisce. L’indeterminatezza del titolo “Sono una creatura” invita ad una libera interpretazione indipendentemente dal contesto nel quale è stata concepita e creata.

L’opera, ricavata da una lamina di alluminio, rappresenta un corpo colto in un rapido movimento. Gambe e braccia sembrano moltiplicarsi in un equilibrio che comunica un costante dinamismo. Da dove nasce l’idea dell’opera?

L’opera realizzata nel 2025, si inscrive nel progetto artistico-culturale di natura multidisciplinare dal titolo LA CURA. Il ragno della follia, avviato nel 2019, poco prima dell’esplosione della pandemia causata dal Covid, e conclusosi a novembre 2025 con una grande installazione nella sede della Fondazione Tufano di Milano, uno spazio tipologicamente e spazialmente adatto ad evocare la minuscola Cappella di Galatina (LE) dedicata a San Paolo protettore dei tarantati.
Scopo del progetto che ha coinvolto diverse figure professionali, è stato quello di restituire al tarantismo - antico fenomeno rituale dell’Italia meridionale che colpiva donne e uomini impegnati nei campi durante la stagione del raccolto - riconosciuto come pratica di liberazione e trasformazione del dolore individuale e collettivo, la sua essenza originaria e attualizzarne la portata simbolica e terapeutica.
Potente è il richiamo alla figura archetipica della taranta che punge e avvelena ma che, al tempo stesso, innesca un processo di guarigione attraverso il movimento, la musica, il suono e il corpo, metafora delle ferite dell’anima, della follia come passaggio e del rito come strumento per ritrovare un equilibrio perduto.
Arricchito nel corso del tempo dell’apporto di discipline quali la musica, la danza, la fotografia, l’antropologia e l’arteterapia, il progetto ha esplorato nuove modalità di riattivazione del gesto rituale, restituendo al tarantismo il suo valore archetipico, sacro e terapeutico, ancora in grado di parlare al presente.

Parafrasando Ernesto De Martino quindi La creatura rappresenta il tarantato esausto nell’atto finale dell’esorcismo musicale coreutico-cromatico"

LA CURA - Il ragno della follia (installazione) Foto di Alessia Montanari

LA CURA - Il ragno della follia (installazione) Foto di Alessia Montanari

La tecnica mette in luce la capacità di accordare un sapiente ascolto del materiale nella casualità del suo movimento e un’attenta progettualità strutturale. Tecnicamente quali sono state le fasi di lavorazione dell’opera?

Ho riprodotto in scala 1:10 il disegno a matita del personaggio su di un foglio di alluminio. Dopo averne ritagliato i contorni, l’ho modellato. Un’azienda specializzata ha tagliato con il laser un foglio di alluminio di cm 200 x 200 dello spessore di mm1,5. La modellazione è stata eseguita dal mio fabbro di fiducia Lorenzo Cerchierini senza l’ausilio di attrezzi.

Il supporto in plexiglass trasparente diventa parte essenziale del lavoro garantendo una sensazione di sospensione. Che rapporto hanno alluminio e plexiglass? Hai già utilizzato questi materiali insieme? Che rapporto hai con l’alluminio?

Nel caso dell’opera “Sono una creatura”, per avere un supporto meno invasivo, mi è venuto in soccorso il plexiglass. Per i lavori tridimensionali uso abitualmente fogli in alluminio e spesso ne incido le superfici. Quando ho necessità di stampare i miei disegni sulle superfici di un’opera utilizzo diverse tipologie di fogli in PVC (nel caso dell’installazione ho usato un telo in PVC microforato) oppure fogli di acetato per formati max cm 100 x 150 che tratto con diverse tecniche manuali. Il PVC trasparente e stampabile ha consistenza e una certa flessibilità mentre il microforato lo uso come un tessuto. La possibilità di essere sia pur diversamente modellati e la risposta agli effetti prodotti dall’uso di diverse tipologie di illuminazione sono i requisiti che accomunano i due materiali.
Per costruire l’installazione LA CURA - Il ragno della follia ho utilizzato tutti questi materiali e, per lasciare filtrare la luce ho rinunciato alla stampa del bianco. I personaggi, grazie alla leggerezza dell’alluminio, veri e propri mobiles, pendevano dal soffitto, si muovevano creando sulle pareti e sul soffitto ombre sempre diverse.
Nel mio lavoro e ancor più nello specifico l’ombra proiettata ricopre un ruolo importantissimo Non è soltanto il frutto di una ricerca estetica e formale. Rappresenta parti inconsce della personalità che l'Io cosciente rifiuta, nega o non riconosce in sé stesso, e che spesso proietta sugli altri.

LA CURA - Il ragno della follia (installazione) Foto di Alessia Montanari

Tema dell’edizione di quest’anno del Premio COMEL è stato “La Forza”. In che modo senti che la tua opera abbia espresso questo concetto?

Più che di Forza parlerei di punti di forza dell’alluminio. Che sono unici nel panorama dei metalli più comunemente utilizzati. La leggerezza del materiale mi ha permesso di far volteggiare nell’aria le figure agganciate a fili invisibili di nylon e smaterializzare le figure grazie alle superfici specchianti.

Nel tuo percorso artistico sono tappe ricorrenti lo studio sulle marginalità, e su tutti quelli che vengono definiti squilibri mentali o caratteriali. Da quando e perché queste tematiche hanno iniziato a far parte del tuo lavoro?

La cifra del mio lavoro risiede nel racconto e il disegno è lo strumento che prediligo. Le mie opere trattano tematiche esistenziali, problematiche sociali e ambientali sul filo del rasoio di una immaginazione surreale, quasi grottesca.
Nel commento al documentario La tarantula realizzato nel 1962 da Franco Mingozzi e curato da E. De Martino il poeta Quasimodo apre con questa frase: “questa è la terra di Puglia e del Salento. Qui esce nella calura il ragno della follia e dell’assenza.”
Il ragno è dunque una metafora che rappresenta nel bene e nel male uno dei più riconosciuti archetipi dell’inconscio collettivo. Quello del ragno dunque è un mondo di follia dove l’Io è assente; è il mondo della creatività senza regole come avviene nei sogni dove tutto è possibile.
C.G. Jung afferma che la creatività risiede nel Sé, luogo dell’incontro tra il mondo dell’Io e quello folle dell’inconscio. Proprio in questo illuminante pensiero sta la grandezza e l’efficacia del rituale esorcistico che aiuta il tarantato ad andare incontro al proprio inconscio per conoscere sé stesso. Ed io, nell’attesa di dare un senso convincente alla mia esistenza, sposo la tesi del filosofo Umberto Galimberti. Come tutti gli esseri viventi mi considero funzionale a Madre Natura e, nell’arco del tempo che mii è stato assegnato, come i ragni che temo e amo, sono e sarò impegnata a tessere, rammendare e ritessere la tela della mia vita.


LA CURA - Il ragno della follia (installazione) Foto di Alessia Montanari

LA CURA - Il ragno della follia (installazione) Foto di Alessia Montanari

Nei tuoi lavori ritorna la tua terra d’origine: la Puglia. Quanto senti che ti porti dietro della tua infanzia nel tuo lavoro e che relazione hanno la Puglia e Milano nel tuo percorso biografico? Cosa devi a questi due mondi?

Devo ringraziare mio padre Stefano se il legame con la terra salentina non si è mai interrotto. Artista di notorietà nazionale e collezionista d’arte non solo ha espresso attraverso le sue opere, e mi ha trasmesso, l’amore per la sua terra, la cultura e le tradizioni locali ma ha donato a San Michele Salentino, suo paese d’origine, una importante collezione di 275 opere d’arte contemporanea raccolte nel corso della sua lunga carriera. Queste opere attualmente trovano dimora in un edificio appositamente costruito nel corso degli anni La Pinacoteca/Biblioteca Salvatore Cavallo, che porta il nome di suo padre e testimonia il mio forte legame e interesse per la comunità in quanto continuo ad occuparmene.

L’attenzione al tarantismo non può prescindere dagli studi di Ernesto De Martino. Quali altri nomi di intellettuali senti che hanno influenzato il tuo percorso di ricerca concettuale?

1963. Erano i tempi delle prime occupazioni universitarie da parte di giovani che contestavano le iniquità e le disuguaglianze del sistema sociale. Frequentavo la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e mi imbattei in un libro sull’arretratezza del Salento.Parlava di povertà estrema della classe contadina, di costrizioni, di riti ed esorcismi di cui avevo sentito parlare sin da bambina. Nel disco a 45 giri allegato al libro erano riprodotte musiche che avevo ascoltato in campagna durante le notti d’estate da amici che suonavano la “raganetta” e il violino al ritmo frenetico di un tamburello.
Avevo comperato la prima edizione 1961 del libro La terra del rimorso di Ernesto De Martino. Anche se a quel libro ne seguirono altri furono i canti popolari, quelli dei “cuntastorie” ad attirare la mia attenzione.
L’aspetto del malessere interiore che coincise con l’avvento dell’era Covid, riaccese il mio interesse che si orientò nella direzione della ”CURA”, del prendersi cura di sé.
L’arte è stata la mia cura.

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