I FINALISTI DEL PREMIO COMEL
Miguel Auria
Ourense, Galiza, Spagna
@miguelauria – instagram
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I FINALISTI DEL PREMIO COMEL
Miguel Auria
Ourense, Galiza, Spagna
@miguelauria - instagram
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CENNI BIOGRAFICI
Miguel Auria (Ourense, 1985) è fotografo, musicista e docente. Diplomato in Fotografia Artistica all’EASD Antonio Faílde e in violino al Conservatorio di Vigo, ha proseguito la formazione a Berlino e con maestri come Fontcuberta. Ha esposto in festival e mostre internazionali, vincendo premi tra cui VEGAP Propuestas24, Enate Art Grant e “Lírica al Margen”. La sua opera Poéticas para la Memoria de una Guerra Ajena è stata presentata a Parigi e Madrid (2024) e sarà pubblicata come fotolibro. È editor della rivista Caleidoscópica, membro del coro OSG, violinista con orchestre europee e, dal 2024, insegna fotografia ed è vicedirettore all’EASD Antonio Faílde.
OPERA IN CONCORSO
POLYHEDRAL APHRODITE, 2023
FOTOGRAFIA - Dittico positivo-negativo
PHOTOGRAPHY - Positive-negative diptych
75 x 75 cm (x2)
C’è una forte tensione intellettuale in questo lavoro dell’artista spagnolo Miguel Auria, che gioca sul risalto di un doppio negativo, intesi come specchi riflessi e in qualche misura contrari di un’immagine realistica e come possibili multipli di un unico, di cui resta l’impronta ribaltata nella sensibilità e nella luce. L’alluminio, di questo processo, è, nell’opera proposta, intimamente partecipe. I lampi di luce che traspaiono dal buio restituiscono, infatti, un effetto quasi mitico al sensibile processo fotografico.
Intervista di Ilaria Ferri
Stampare su alluminio è stato, fin dall’inizio, sia una sfida sia un rischio, ma anche una scelta perfettamente coerente con l’impianto concettuale dell’opera. In contrasto con la fragilità della carta, l’alluminio introduce una materialità resistente che dialoga con la dimensione scultorea delle immagini.
Polyhedral Aphrodite, opera finalista della 12ª edizione del Comel Award, si presenta come un vero e proprio trattato sull’arte e sulle tecnologie contemporanee. L’opera nasce da una sovversione della teoria di Walter Benjamin sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte: in questo caso, la perpetua riproduzione dell’Aphrodite di Knidos viene interrotta dalla sovrapposizione di negativi, che destabilizza lo sguardo dello spettatore. Una tecnica capace di replicare all’infinito l’opera finisce invece per renderla quasi inaccessibile. Come è nata questa idea?
Uno dei grandi paradossi dell’Aphrodite di Knidos è che l’originale non è giunto fino a noi. Ciò che conserviamo sono copie successive che ci permettono di intuire come potesse essere l’originale. Questa condizione si collega direttamente alla teoria di Walter Benjamin e alle sue riflessioni sul rapporto tra aura e riproducibilità tecnica.
Si potrebbe sostenere che, fin dalle origini della cultura occidentale, se le collochiamo nell’antica Grecia,le immagini venissero già riprodotte in modo illimitato, in diverse scale e formati. Da questa prospettiva, la copia non appare come una degradazione dell’originale, ma come la sua modalità naturale di esistenza. Per questo motivo, mi interessa smontare il discorso auratico e rivendicare la possibilità della riproduzione illimitata come modo legittimo di fare esperienza del bello, senza ulteriori pretese o feticizzazioni.
Hai affermato che “il dittico esplora la plasticità di un elemento ormai obsoleto nella fotografia contemporanea: il negativo”, valorizzandone al tempo stesso la funzione di specchio invertito capace di portare in superficie le ombre del soggetto, soprattutto quelle non immediatamente visibili a un primo sguardo. Puoi approfondire questo aspetto del tuo lavoro?
Ho sempre trovato quasi magico aprire una vecchia scatola di fotografie e imbattersi in quelle piccole strisce di plastica che custodivano un’immagine in stato latente. Con l’avvento della fotografia digitale, il negativo ha perso la sua funzione tecnica: è la fotocamera a effettuare la conversione in positivo, e l’immagine appare direttamente nei colori e nelle forme che riconosciamo immediatamente.
Tuttavia, questa perdita funzionale non implica una perdita di valore plastico. Il negativo continua a operare come uno spazio visivo autonomo, vicino all’astrazione, che richiede allo spettatore di completare l’informazione mancante. In questo processo, l’immagine smette di essere una semplice rappresentazione e diventa un’esperienza percettiva. Mi interessa questa condizione del negativo come specchio invertito, capace di rivelare ombre e sfumature che sfuggono a uno sguardo superficiale e che possiedono una loro bellezza, indipendente dalla funzione riproduttiva.
Polyhedral Aphrodite, 2023 (particolare)
Per questa opera hai scelto l’alluminio come supporto, esaltando la tridimensionalità dell’immagine, creando un senso di movimento “simulato” e restituendo una luminosità che andrebbe altrimenti perduta su altri materiali. Usi regolarmente l’alluminio per stampare le tue fotografie? Quali altri materiali fanno parte della tua pratica?
Stampare su alluminio è stato, fin dall’inizio, sia una sfida sia un rischio, ma anche una scelta perfettamente coerente con l’impianto concettuale dell’opera. In contrasto con la fragilità della carta, l’alluminio introduce una materialità resistente che dialoga con la dimensione scultorea delle immagini. La sua superficie produce un effetto riflettente irregolare che rafforza una sensazione di instabilità e movimento, permettendo all’immagine di mutare in base alle condizioni di luce.
Nella mia pratica utilizzo solitamente la carta proprio perché è un materiale organico che si deteriora nel tempo. Relaziono concettualmente questo degrado all’impermanenza e al nostro rapporto con la morte. L’alluminio, al contrario, introduce una condizione temporale radicalmente diversa: durata, resistenza, permanenza. Questa tensione tra materiali rispecchia la frizione concettuale presente nell’opera stessa, tra fragilità e resistenza, immagine e materia.
Sei anche musicista, e riferimenti alla struttura musicale sono presenti nel tuo lavoro. Quanto sono interconnesse queste due dimensioni, fotografia e musica, e in che modo si influenzano nel tuo processo creativo?
La fotografia e la musica sono, per definizione, due universi antagonisti. La musica si dissolve nel tempo, mentre la fotocamera tenta esattamente l’opposto: afferrarlo e fissarlo. Lavorare all’interno di questo paradosso è al tempo stesso una sfida e uno stimolo.
Mi interessa avvicinare la mia pratica a una logica sinestetica, lasciando che le immagini emergano dal suono e immaginando strutture visive suggerite dal ritmo musicale, dalla ripetizione, dalla durata e dalla variazione. Il pensiero musicale, soprattutto in termini di costruzione temporale, permea inevitabilmente il mio lavoro fotografico, influenzando il modo in cui il tempo viene compresso, espanso o fratturato all’interno dell’immagine.
Nel tuo lavoro, il tempo non è solo un tema ma un elemento strutturale: dalla scultura classica alla fotografia contemporanea, dal mito alla tecnologia. Qual è il tuo rapporto con la storia dell’arte e quanto è importante per te confrontarti con il “classico” per parlare del presente?
Mi piace pensare che, in parte, mi faccia carico del peso della storia e della responsabilità di trasmetterla. Come nella frase attribuita a Gustav Mahler, la tradizione è la trasmissione del fuoco, non la venerazione delle ceneri, ed è proprio da questa posizione che lavoro. Confrontarsi con il classico non significa riprodurlo, ma assumerlo come struttura viva, reinterpretandolo e trasformandolo.
Il tempo gioca un ruolo fondamentale nella fotografia, che è, dopotutto, un taglio all’interno del flusso continuo di spazio e tempo. Spingere questa idea ai suoi limiti è uno degli aspetti che mi interessa maggiormente. In tutta la mia produzione, progetti come Nihil o Poetics for the Memory of Another’s War, lavoro da un treno in movimento, registrando il flusso stesso del paesaggio. In Polyhedral Aphrodite, questa ricerca prende la forma di lunghe esposizioni e dell’accumulo di strati temporali. In tutti questi progetti, il mosso e l’errore tecnico non sono incidenti ma scelte consapevoli. Abbracciare l’errore è una posizione etica contro l’illusione di controllo e perfezione promossa dalla tecnologia contemporanea. Come ha osservato Susan Sontag, ogni fotografia è un memento mori: un promemoria del fatto che il tempo è inesorabile, che il decadimento è inevitabile e che la fragilità è una condizione intrinseca tanto delle immagini quanto della vita stessa.
La tua ricerca suggerisce una visione dell’arte come campo di stratificazione e dialogo tra linguaggi diversi. Cosa significa per te fare arte oggi e quale ruolo può ancora avere un’opera d’arte nella società contemporanea?
Credo che l’arte, quando è autentica e si distanzia dall’impostura, rimanga un mezzo di comunicazione straordinariamente potente. Ci mette in contatto con ciò che è più essenziale dentro di noi, stimola la riflessione e crea uno spazio di significato condiviso che trascende confini culturali e linguistici.
Attraverso questa dimensione collettiva, l’arte conserva la capacità di trasformare il nostro modo di comprendere il mondo. Se un’opera riesce a trasmettere, anche solo in parte, le domande o le tensioni da cui è scaturita, allora ha già assolto il suo compito.
Guardando al futuro, in quale direzione senti che si stia muovendo la tua ricerca? Continuerai a esplorare il dialogo tra fotografia, musica e tempo, o immagini nuove traiettorie da intraprendere?
L’evoluzione del mio lavoro continua a muoversi verso un approfondimento sempre maggiore delle stesse idee centrali. È proprio attraverso questo processo di approfondimento che emergono nuove linee di ricerca, come è accaduto con questa serie. Non si tratta di deviazioni, ma di prospettive rinnovate su temi che mi accompagnano, e accompagnano l’umanità, da millenni: il passare del tempo, la fragilità della vita, la bellezza e il decadimento.







