FINALISTA PREMIO COMEL 2022

Intervista a Myriam Cappelletti
(La manifattura della Mente)

di Ilaria Ferri

Fabio Bini è nato a Firenze nel 1954,è amministratore delegato di una grande azienda per la lavorazione dei metalli. Da sempre con una grande passione per l’arte, la progettazione e il design, essendo un creativo progetta lui stesso oggetti e mobili e gadget, ha collaborazioni con l’università del design di Calenzano e ha collaborato con artisti di livello internazionale come Mauro Staccioli, Bruno Gambone,Silvia Tuccimei. Vive e lavora attualmente a Firenze.

Myriam Cappelletti è nata in Umbria ma vive da molti anni in Toscana nella città di Prato. Ha frequentato e conseguito il diploma di maturità artistica a Verona e successivamente il diploma all’Accademia di belle Arti di Firenze in pittura, diploma di grafica pubblicitaria all’Accademia Cappiello a Firenze, due anni di specializzazione della tecnica di affresco a Prato. Ha esposto in molte fiere e mostre all’estero (Seoul, New York, Monaco, Bratislava, Miami, Parigi, Sofia, Shangai, Singapore). Alcune opere sono in collezioni italiane e fondazioni.

L’opera “L’abito del tempo che passa”, finalista della IX edizione del Premio COMEL, è un’elegante riflessione sull’esteriorità che spesso è una facciata che nasconde invece la fitta ramificazione di sentimenti, emozioni e conoscenze che caratterizzano l’umanità e sulla quale incombe il tempo, il suo inesorabile passaggio quantificato e scandito dai numeri. Come è nata l’idea di quest’opera? E quella di partecipare all’edizione Infinito Alluminio del Premio COMEL?

L’idea iniziale ci è parsa da subito abbastanza attinente al tema dell’infinito proposto da COMEL, l’abito dalle linee che si intersecano, le trame che non terminano in un punto preciso ma si allungano come radici, il gioco con lo specchio che moltiplica lo spazio. Quindi da un mio disegno si è passato alla realizzazione e qui le competenze di Fabio sono state determinanti anche nella messa in opera di tutte le varie parti dell’opera. L’alluminio, dopo alcune sperimentazioni con diversi metalli, ciè parso da subito un materiale eccellente, duttile e luminoso.

La Manifattura della Mente è una collaborazione tra l’artista Myriam Cappelletti e l’imprenditore e designer Fabio Bini. Entrambi avete un vostro percorso ed entrambi avete già collaborato con altri artisti e professioni. Come è nata la vostra collaborazione? Che significato attribuite al nome “La Manifattura della mente”?

Manifattura della mente: il pensiero che nasce, il progetto che cresce nella collaborazione e il confronto e poi la realizzazione, “fare con mano”, Manifattura. Fabio ha avuto questa intuizione e ne ha curato il logo. Amicizia e anche la passione per l’arte contemporanea hanno poi contribuito a far sì che questi progetti vengano alla luce con grande sinergia e anche con estremo divertimento.

L’abito, mai preso in senso realistico o come vezzo di moda, è un motivo ricorrente nel suo percorso artistico, è un simbolo e un mezzo per raccontare qualcosa. Tramite l’utilizzo di diversi materiali suggerisce un’idea, una sensazione. Cosa significa per lei utilizzare l’abito come “strumento” concettuale?

Il vestito, l’abito è un pretesto, una forma, una “grande dimora” un contenitore di vita che si snoda, cerca vie diverse a volte tortuose, spesso le rappresento con rami o radici in cerca di una via possibile, di una soluzione. Il tempo è tiranno solo se non ci si lascia intrappolare, nella realtà il tempo ci aiuta nel ricordo, scandisce le emozioni e tutto ciò che ha importanza. I fili si aprono e si chiudono in infinite prospettive.

Forse come conseguenza del suo interesse per gli abiti o magari per merito di questo, utilizza spesso materiale tessile, unito a carta e ovviamente la tela, riuscendo a dare un insieme armonico a tecniche e materiali grazie alla pittura e alla composizione. Un’armonia che travalica il tempo, che in parte riporta indietro nel passato pur essendo in realtà molto moderna.

Il materiale tessile l’ho acquisito e utilizzato nel tempo, incentivata anche dal fatto che vivo in una città che lavora nel tessile nella quasi totalità delle industrie. Amo lasciare una traccia del mio vissuto e in realtà nelle mie opere, come in una sorta di piccole reliquie, incasello alcuni tessuti appartenuti alla mia famiglia, come se questo tipo di conservazione in qualche modo mi impedisse di dimenticare.

Il tempo è un altro tratto distintivo di molte sue opere. Talvolta è un fuggevole riferimento, un dato di fatto che si desume da forme, colori e materiali, una sensazione che rimane osservando i suoi lavori. Che cos’è il tempo per lei? Come si lega al suo percorso artistico?

Spesso cito “il tempo” nei titoli, a volte scrivo anche di come sia importante che non vada perduto, nella paura dei ritmi ossessivi che a volte la vita ci impone, a discapito di un viaggio riflessivo.

Dalla pittura (Myriam Cappelletti è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Firenze in pittura) alle installazioni, dalla tela ai materiali tessili e molti altri. Come si è sviluppato il suo percorso artistico e il desiderio di esplorare altri materiali?

La curiosità e gli stimoli che mi da la conoscenza di altre realtà, mi spingono alla sperimentazione continua, necessaria per un arricchimento non solo lavorativo ma anche umano. E in questo sia io che Fabio abbiamo la stessa tenacia ed energia.

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