di Ilaria Ferri

Fine allestitore, capace di rendere in un percorso ben preciso tutte le sfumature e la ricerca di un artista, Vincenzo Lieto è direttore artistico della Pinacoteca di Gaeta, una piccola realtà di provincia che ha ospitato mostre di rilevanza nazionale, nell’ambito delle attività dell’Associazione Culturale Novecento di cui è socio fondatore.

Nella sua famiglia si respira e vive l’Arte da generazioni, in gioventù ha deciso di non seguire le orme famigliari e prendere altre direzioni. A un certo punto della sua vita è tornato ad occuparsi di arte curando l’allestimento di mostre importanti, studiando vita e opere di artisti locali e non, contribuendo a cataloghi, fondando insieme ad altri appassionati e studiosi l’Associazione Culturale Novecento. Che cosa rappresenta per lei l’Arte? Cosa l’ha riportata verso una passione scritta, si può ben dire, nel suo DNA?

Si, in gioventù ho seguito altre direzioni, ho intrapreso altri studi e fatto esperienze apparentemente lontane dall’arte, ma in verità non l’ho mai persa di vista: quante mostre ho guardato, quante città d’arte ho visitato e, di tanto in tanto, ho praticato la pittura con fine terapeutico. Ma il vero tuffo in questo mondo fantastico è avvenuto effettivamente in età matura quando, con un manipolo di amici, abbiamo costituito un’associazione culturale per valorizzare il patrimonio artistico del nostro Territorio e poi gestito, con una formula innovativa, la Pinacoteca comunale d’arte contemporanea oggi intitolata al gallerista Antonio Sapone, scomparso recentemente, che tanto ha dato a me e alla pinacoteca stessa. Risale proprio ai primi anni duemila, inoltre, la mia conoscenza con Giorgio Agnisola, persona garbata e sensibile, che ha costituito, con la sua professionalità e i suoi suggerimenti, un altro tassello per la mia crescita.

Come direttore artistico della Pinacoteca di Gaeta ha curato mostre di importanti esponenti dell’arte del ‘900 come Burri, Barisani, Amendola, Hartung, Siza, Kijno, e tra questi anche molti artisti orientali: dal giapponese Kojiro Shikama agli artisti cinesi Paloma Chang e A-Sun Wu. Ama particolarmente l’arte orientale? Secondo l’approccio all’arte degli artisti orientali è diverso da quelli occidentali? Le differenze culturali incidono nel modo di approcciarsi all’Arte o possiamo riscontrare un linguaggio che accomuna tutti, indipendentemente dalla provenienza e retaggio culturale?

In verità la cura scientifica di alcune grandi mostre che si sono svolte in Pinacoteca, come quelle di Burri, Jenkins e Magnelli, è stata proprio di Giorgio Agnisola, mentre io mi sono interessato dell’allestimento e degli apparati documentari. Un gioco di squadra esemplare che ha portato la nostra piccola istituzione culturale di provincia a confrontarsi con grandi realtà cittadine con ben altri mezzi. Pur avendo ormai acquisito tanta esperienza sul campo mi sento ancora un manovale dell’arte, consapevole delle mie forze, pregi e limiti. Il mio più grande piacere è proprio nell’allestimento delle mostre, in cui cerco l’equilibrio espositivo, tento di suggerire plausibili e chiare chiavi di lettura delle opere e degli artisti.
Si, negli anni ho avuto contatto con artisti orientali che mi hanno impressionato per la loro serietà professionale e nei rapporti interpersonali, oltre il grande rispetto che nutrono per il nostro Paese e la sua storia. L’approccio degli artisti orientali all’arte è diverso dal nostro, per cultura, geografia e religione. In generale ho notato che in essi comportamento, spiritualità, filosofia e arte si fondono egregiamente e scientemente.

Nel corso della sua carriera ha potuto osservare da vicino le varie evoluzioni stilistiche, tecniche, correnti di pensiero e filosofiche del secolo appena passato, caratterizzato da cambiamenti repentini e rivoluzioni continue. Secondo la sua esperienza, in questi primi venti anni del XXI secolo è possibile già osservare un ulteriore cambiamento nel modo di fare arte, nelle tecniche più utilizzate oggi dagli artisti o ci sono elementi di continuità con il ‘900?

Il ‘900 è stato un secolo di grandi stravolgimenti storici e sociali che l’arte non poteva non testimoniare e per tanti versi anticipare. Quando Duchamp, con una idea tanto semplice quanto rivoluzionaria, sembrava aver dato una spallata mortale a millenni di arte, non aveva che aperto le porte al futuro: quando pare che tutto sia stato inventato e creato ecco che la genialità di qualcuno apre nuovi orizzonti.
Io credo nella continuità dell’arte, un palazzo infinito fatto di mattoni diversi l’uno dall’altro, dove l’ultimo si regge sul precedente. Certo, la tecnologia sta caratterizzando sempre più l’arte contemporanea in questo scorcio di millennio, tuttavia assistiamo a una trasversalità di proposte impensata fino a qualche decennio fa.

con Antonio Lieto e Ilia Tufano all’inaugurazione della retrospettiva di Renato Barisani

Il Premio COMEL promuove l’uso estetico e artistico dell’alluminio, esaltandone a ogni edizione le sue peculiarità: la leggerezza, la malleabilità, la lucentezza, la duttilità. Nel corso delle varie edizioni alcuni artisti hanno confessato di aver approcciato questo metallo per la prima volta per partecipare, rimanendone affascinati. Durante la sua carriera ha incontrato artisti che utilizzano, più o meno frequentemente, questo metallo? Ha mai avuto l’impressione che le caratteristiche di un materiale possano influire sulla creatività di un artista? o viceversa l’artista decide di utilizzare un materiale specifico perché le sue caratteristiche saranno fondamentali per raggiungere il risultato voluto?

La trasversalità cui facevo riferimento, da Burri in poi, si esplica anche attraverso la ricerca continua di nuove materiali da utilizzare per la creazione artistica, e tra questi sicuramente l’alluminio sta riscuotendo incoraggianti consensi, un materiale che ha tutte le caratteristiche che lei enumerava. A dir la verità, poche volte mi sono imbattuto in artisti che utilizzano stabilmente l’alluminio, ma sto seguendo con interesse e curiosità il progetto del premio COMEL i cui progressi qualitativi sono evidenti nelle ultime edizioni, laddove è stato dato il dovuto rilievo al “metallo” che in principio si riduceva a semplice supporto.
Gli artisti sono pezzi unici: a volte è il caso a portarli all’utilizzo di un materiale, altre volte la scelta avviene a ragion veduta, cercata, ponderata, studiata. Il risultato poi non dipende né da uno né dall’altra, ma dalla creatività di ciascuno.