di Ilaria Ferri

Giovane critico (classe 1984), curatore e accademico, interessato al lato umano e multiforme dell’Arte. Marcello Francolini insegna Storia dell’arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria e collabora attivamente per la rivista d’arte Exibart. I suoi contributi sono presenti anche in altre riviste come, Flash Art, Juliet Art e Biourbanismo.com. Ha curato diversi cataloghi d’arte e mostre importanti.

Di sé ha affermato che predilige “attuare una critica pragmatica, parlare e scrivere sempre partendo da ciò che succede realmente, dal dato reale: ‘dall’imparare nel mentre vedo e dal discorrere sempre partendo da ciò che è accaduto’. Preferisce più le persone che le opere che producono, parlare domandare chiedere, ecco: la curiosità è il vizio che mantiene più vivo”. Dunque il suo modo di operare è in stretta collaborazione con l’artista o quanto meno con tutto ciò che possa parlare per lui. Secondo lei la critica di un’opera o di un percorso artistico e la curatela di una mostra sono una sorta di maieutica o un gioco di squadra tra studioso e artista?

Più che un gioco di squadra è un rapporto indiscreto. A chi diresti cose non dicibili se non fosse un discreto e serio affidatario? Alla madre? Al fratello? All’amico di una vita? Al Parroco del quartiere? Allo psicologo? Il critico è un po’ nel mezzo tra tutti. Un caro amico e ottimo intenditore d’arte, mi disse di aver seguito un corso sull’interpretazione del tratto calligrafico giacché aveva necessità di penetrare nel pensiero dell’artista anche a sua insaputa, o meglio di avere maggiore profondità e acutezza nella costruzione delle domande da porre. Il critico, così come l’artista non nasce da un percorso specializzato, è la summa di diversi interessi e laterali percorsi. Vede, credo che l’immaginazione sia direttamente proporzionata al grado di conoscenza. Per questo cerco la persona e poi l’opera.
Credo in primis che la critica sia un atto di costruzione di forme verbalizzate. In ciò si pone come riflesso dell’opera, come azione speculativa che tenta di svelare ciò di cui l’opera è a proposito. In questo senso la critica non dice l’opera cos’è, ma cosa fa! Tenta di dispiegare il meccanismo entro cui si da la possibilità di generare immagini, al plurale appunto, giacché l’opera d’arte in sé è sempre un discorso incompiuto. Nell’incompiutezza si dà come apertura. Quelle aperture sono segnate dalla critica.

Oltre a essere critico e curatore d’arte, docente di storia dell’arte presso l’Accademia delle Belle Arti di Regio Calabria (e prima di Nola), lei ha lavorato per la radio ideando un programma incentrato sulla letteratura (Cattivi Maestri per l’Unisound dell’Università degli Studi di Salerno) e fa teatro da oltre 10 anni. È la sua una personalità poliedrica o secondo lei le varie arti sono legate da un sottile filo conduttore?

La conclusione precedente anticipa la risposta a questa domanda. Considerare l’arte per comparti specializzati la trovo una pericolosa deriva relativistica figlia del vizio attuale della matematizzazione della logica, oltre che una formula occhieggiata semplicemente per scopi di mercato. La catalogazione di un prodotto entro un ambito è un modo di alimentare “la domanda” così come di svilire un artista. (Mi sembra un po’ per fare un controesempio la volontà meschina degli anti-creativi di poter generare alienazione nel lavorio artistico). Esiste certo non il linguaggio, ma i linguaggi dell’arte. Ma detto ciò la pluralità va ricondotta all’unità non spezzettata in discorsi disomogenei. Personalmente il mio pensiero è frutto delle mie esperienze, e quindi si sono fautore di un pensiero laterale, che cerca sempre vie traverse a quelle comprensioni che si pongono come pensiero unico. Esistono le storie, non la storia, come a dire che dal lato critico noi apriamo sguardi su possibili prospettive, non su un unico sguardo. La critica non si muove nel senso di detenere una verità (se pensiamo ad essa come qualcosa di certo), ma costruire vie affinché ognuno trovi la sua.

(foto di Bledar Hasko)

Tra le diverse mostre curate, ne cito solamente due tra le più recenti in collaborazione con Miroslava Hajek “Munari i Colori della Luce” che si è tenuta al Museo Madre di Napoli nel 2019 e “Art: from the STREET to the WALLS” in corso ora a Treviso fino a febbraio, si è occupato di linguaggi e tecniche molto diverse tra loro, grafica, pittura, scultura, street art, tutti frutto di una evoluzione prorompente che ha caratterizzato il ‘900 e che prosegue ancora. In questi primi venti anni del XXI secolo, secondo lei da un punto di vista di approccio e percezione dell’arte, ci sono dei punti di continuità con il ‘900 o l’arte continua a mutare in maniera proteiforme?

Lei chiede se c’è continuità con il ‘900? Io dico che il legame porta più indietro. Perciò, contro-domando se, e in che modo, sia possibile discernere un campione di acqua santa da un normalissimo campione d’acqua? Per dire che l’arte contemporanea pone le medesime domande dell’arte sacra cristiana così come l’arte classica, chiaramente giacché rivolgendo l’attenzione all’invisibile, traduce l’idea in un linguaggio figurale che si pone come analogia della cosa (sacra, naturale, ideale, metafisica, materica, impermanente). In più a ciò aggiungo che la novità della ricerca artistica nel Contemporaneo apre, proficuamente, a dimensioni conoscitive ontologiche quanto linguistiche nuove, che implicitamente offrono possibili ed ulteriori chiavi di lettura per aspetti e momenti dell’arte del passato remoto, quanto recente.

Il Premio COMEL promuove l’uso estetico e artistico dell’alluminio, esaltandone a ogni edizione le sue peculiarità: la leggerezza, la malleabilità, la lucentezza, la duttilità. Nel corso delle varie edizioni alcuni artisti hanno confessato di aver approcciato questo metallo per la prima volta per partecipare, rimanendone affascinati. Durante la sua carriera di curatore ha incontrato artisti che utilizzano, più o meno frequentemente, questo metallo? Ha mai avuto l’impressione che le caratteristiche di un materiale possano influire sulla creatività di un artista? o viceversa l’artista decide di utilizzare un materiale specifico perché le sue caratteristiche saranno fondamentali per raggiungere il risultato voluto?

È significativo che lei mi domandi circa l’estetica dell’alluminio, giacché è chiaro che nell’uso comune sia penetrata la possibilità di farci pensiero sulle materie. Questa è la conquista dell’arte contemporanea, apertasi dalle propaggini del Futurismo: dall’analogia marinettiana al polimaterismo teorizzato da Boccioni e praticato da Balla attraverso la nuova filosofia materica della Ricostruzione Futurista dell’universo. Quest’attenzione alla materia in sé, si è allargata a tutta l’Avanguardia Occidentale ponendosi come base per lo sviluppo della Neo-Avanguardia in un processo di evacuazione della forma dalla bidimensionalità all’ambiente. Dunque il contemporaneo ha mostrato come da sempre lo stesso materiale, ad esempio la pietra, mentre viene consumato nell’attrezzo (il martello), nell’opera d’arte riposa in se stesso, permane, e cosi espone la sua essenza, che è poi l’evidenza della sua materialità (nel Tempio). Ma questa evidenza materica dall’altro lato è stata anche portatrice di estratti di realtà che sempre più hanno reso l’opera simile all’oggetto reale, creando un cortocircuito tale per cui l’estetica non è più l’unico garante di discernimento per l’opera d’arte, ma bisogna costruire atti di interpretazione cosciente. In questo caso dunque tutto ciò afferma la possibilità di sviluppare forme alternative di conoscenza, ed è ciò a cui contribuisce maggiormente, in termini di resilienza culturale, Il Premio COMEL. Nel mantenere sempre aperta la possibilità per gli artisti e per la società, di confrontarsi con una conoscenza tattile del mondo. E mai come in questo momento abbiamo bisogno della scultura che si lasci toccare.