KUZMANOVICH

Finalista Premio COMEL 2017

di Rosa Manauzzi

Nasce a Belgrado nel 1971. Figlio d’arte (suo padre è lo scultore e accademico Aleksandar Kuzmanovich), ha frequentato la scuola d’arte, specializzandosi nella lavorazione di metalli preziosi e frequentando il workshop dell’orafo Zlato Marijanović. Si è laureato in Scultura Applicata presso l’Università di Arti Applicate di Belgrado. Nel 2000 è entrato a far parte dell’associazione artistica ULUPUDUS. Oltre alla realizzazione di props teatrali e cinematografici, ha sviluppato una personale arte poetica attraverso la scultura e l’installazione. Recentemente si è interessato alla grafica. Con l’opera One night one day, è stato finalista alla Sesta edizione del Premio COMEL.

www.darko-kuzmanovich.com


Iniziamo con la partecipazione al Premio COMEL, con l’opera One Day and One Night (quadrittico), in fusione di alluminio. Questa la descrizione che ne fa: “Parla della nostra convinzione sulla durata dell’essere attraverso il tempo. Il tempo cambia e noi, costantemente, non capiamo che siamo parte di un ciclo naturale. Possiamo osservare, al contrario, la coscienza dell’essere che si osserva attraverso il tempo.” Qual è l’origine di questo lavoro? Da quanto tempi lavora l’alluminio?

Si tratta di una storia rappresentata attraverso una serie di quadri come in una striscia di fumetti. Abbiamo delle silhouette che si distinguono attraverso i simboli del Sole, della Luna, delle nuvole e delle stelle. Sono raffigurate come un segmento che si sviluppa e simbolizza il tempo che passa inesorabilmente. L’ispirazione per questo lavoro deriva dalla mia ricerca sulla filosofia dello yoga, che mi affascina. Lo yoga è una pratica che trascende la vita stessa. Il controllo della mente e del corpo è utile per superare i nostri limiti e per far emergere il Sé spontaneamente affinché diventi il governatore della vita e della morte. Tuttavia, c’è anche una contraddizione in quest’idea, perché chi è il Sé che emerge e vorrà prendere il controllo? Forse i fenomeni sono più reali di chi li percepisce. Ogni cosa è riconducibile al fenomeno. Ora siamo qui, e il momento successivo non ci siamo più. Questo gioco può essere visto formalmente come un alternarsi tra forma cava e forma piena, solidità e vuoto.
Volevo attenermi ad un’idea autentica che sarebbe stata tradotta in un pezzo solido materico. La fusione di alluminio riempie bene lo stampo, conservando il dettaglio del modello effimero e provvisorio. Perciò il processo stesso rifletteva l’idea della pienezza e della vuotezza che è il principale tema della mia ricerca.
L’alluminio ha una reputazione di metallo freddo (a prima vista) e non è tra quei metalli lucenti che con i loro colori e riflessi catturano l’osservatore. Era l’ideale per il mio nuovo lavoro e il mio nuovo inizio. L’idea di quest’opera in mostra era imprigionare le immagini in uno stato solido, che di fatto non è né bello né poetico e questo aspetto freddo dell’alluminio racconta la storia della nostra natura e della lotta della situazione data, che noi definiamo vita.
Nei miei lavori precedenti l’alluminio non era mai stato contemplato.

Mi pare che scelga sempre una descrizione/spiegazione filosofica, o per meglio dire esistenzialista, per i suoi lavori. Qual è l’obiettivo di questo approccio in considerazione del pubblico?

Attraverso un linguaggio visuale semplice, sto provando a raggiungere ciascun uomo e donna individualmente. I miei lavori a volte sembrano semplici e occorre qualche spiegazione ulteriore. L’indagine profonda a cui sono giunto durante la fase contemplativa potrebbe essere spiegata attraverso il canto, ma non sono bravo a cantare, per cui la scultura è il mio mezzo espressivo e il modo per far arrivare il messaggio. Credo che la comprensione non debba solo essere concettuale e che le opere abbiano effetto su più livelli mentali, uno dei quali è l’intuizione, e ogni spiegazione successiva potrebbe rovinare l’impressione. I testi che accompagnano l’opera in mostra, le mie spiegazioni e i tentativi descrittivi, sono diretti intenzionalmente agli osservatori affinché riesaminino le loro credenze, la loro filosofia, idee, per rivederli diversamente e separare il grano dal loglio. Così è.

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Qual è la sua formazione e chi sono gli artisti che hanno ispirato la sua creazione artistica?

Non mi sento rappresentato da nessun movimento o circolo artistico, almeno direttamente. In passato sono stato solo testimone dei principali eventi, senza parteciparvi, il che è stato frustrante, ma mi ha posto nella posizione per lavorare in modo indipendente e giudicare imparzialmente. Ho seguito lo scenario artistico di Belgrado, durante gli anni Novanta, e ha avuto una forte influenza su di me, ma indirettamente. Potrei nominare due artisti contemporanei che con le loro opere e attitudini, mi hanno influenzato e ispirato: Kosta Bogdanovic e Branka Kuzmanovic. Tra i più rinomati, sono sempre rimasto affascinato dallo scultore mistico Constantin Brâncuși.

Suo padre è stato uno scultore accademico e ha lavorato nelle arti applicate, come per il teatro, il cinema, ritrattistica e design. Come ha influenzato il suo lavoro?

È stato il mio modello di riferimento, desideravo sempre la sua approvazione, ma non c’è stata sufficiente comunicazione. Osservando lui e il suo lavoro, ho assorbito tutto ciò che faceva, quindi ho ereditato tutte le sue abilità. Sfortunatamente se n’è andato troppo presto. La sua influenza su di me non è stata dogmatica e questo per qualsiasi aspetto. Non gli piaceva indottrinare, aveva un’apertura che era da una parte spaventosa e dall’altra magnifica allo stesso tempo.

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Nel 2000 è diventato un membro dell’associazione artistica ULUPUDUS. Quanto è importante l’unione tra artisti?

Siamo in una società in transizione, perciò gli artisti e le istituzioni passano attraverso forti cambiamenti. Essere un artista in Serbia oggi è un impegno sociale, letteralmente questione di sopravvivenza. Da una parte mi fa sentire orgoglioso di essere membro della mia associazione professionale, dall’altra sento di essere in una zona di confine. Come artisti non abbiamo alcun privilegio e lo stato ci sta lentamente ricacciando nelle strade a combattere con i nostri pochi mezzi. La situazione sta peggiorando ed è molto difficile uscire da questa situazione di povertà.

Stiamo vivendo un tempo di facile comunicazione interpersonale. Di fatto sembra esserci un’apparente interazione reciproca. Cosa manca e come rappresenta questo vuoto?

La comunicazione è necessaria e questa è l’epoca della rivoluzione dell’informazione, giusto? È affascinante come di fatto ci stiamo alienando l’uno con l’altro. Siamo molto generosi e attenti agli altri quando condividiamo like su Facebook e diventiamo cattivi e smettiamo di comunicare nella vita reale quando incontriamo difficoltà. Osserviamo gli schermi dei nostri cellulari attaccandoci a tutti i momenti di gioia virtuale.
In alcune opere affronto queste tematiche: “Silence”, “No problem”, “Observers”, “Back to back”. Queste opere mostrano come siamo diventati estranei l’uno all’altro. Mi spaventa dove tutto ciò ci condurrà. Temo che le generazioni più giovani non siano in grado di superare questi canyon pieni di autoindulgenza. Spero di sbagliarmi.

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La spiritualità è lo status dell’elevazione, e rappresenta una conquista ardua per l’essere umano. Verticalizzazione e caduta sono due estremi tra i quali conduciamo l’esistenza. Quale suo lavoro meglio rappresenta questa polarità?

Siamo come pazzi che giocano alla luce della Luna, divertendosi gli ultimi istanti facendo tutte le cose divertenti possibili per dimenticare la nostra finalità. Ci sono tentativi che, con grande fatica, ci rendono capaci di uscire dal ciclo della sofferenza e di entrare nel campo della santità. Ci sono anche coloro che toccano i momenti più alti e poi crollano verso il basso, nei mondi più bassi. “Caduta” è il nome di una mia opera che descrive il tramonto dello spirito.

Yugoslavia e Serbia: storia di una difficile soluzione che appartiene al passato recente nel cuore dell’Europa. Si sente di dire qualcosa riguardo questo delicato processo di pace? Pensa che l’arte può contribuire ad unire lì dove la politica divide?

L’arte è un ponte. È un luogo di comunicazione dove tutti i confini e le divisioni si confondono. Credo che un artista o un’opera possano essere riconosciuti anche se provengono da un altro mondo. È l’unica comunicazione naturale, umana, sincera che non lusinga o avvelena se stessa. È un luogo di incontro, un punto in cui siamo pronti a riconoscerci l’uno con l’altro per ciò che siamo.