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Finalista Premio COMEL 2013

di Rosa Manauzzi

Nell’anno 1999 Julia Brooker rimane affascinata dal modo in cui la superficie dell’alluminio riflette la luce e, attraverso velature di colore trasparente, utilizza la corposità della vernice per contrastare la superficie fredda del metallo.
Negli ultimi anni ha lavorato nel tentativo di pervadere di bellezza i suoi dipinti per soddisfare la necessità umana di bello estetico.
Aspira a creare ciò che Arthur Schopenhauer descrive come un’esperienza estetica: “Quando si guarda qualcosa di bello, il tempo si ferma e l’universale viene percepito nel particolare. Lo spettatore dimentica la propria esistenza nella contemplazione estatica di ciò che gli sta davanti.” Dice: “Vorrei che i miei dipinti attirassero lo spettatore, ma anche che trasmettessero tranquillità e delicatezza. Mi piacerebbe che avvicinandosi, apprezzasse le minuscole goccioline che cadono accidentali, l’artigianalità dell’opera e che scaturisse il desiderio di toccarne la superficie.”
Ha esposto in molti Paesi, soprattutto in Europa e Stati Uniti e i suoi quadri fanno parte di collezioni private prestigiose.
Nel 2014 l’artista si è impegnata contro un divieto europeo che voleva proibire il cadmio nei colori acrilici, in quanto sostanza altamente tossica. In realtà il cadmio è presente solo in colori molto costosi, pertanto non sono di larga diffusione. Questa ragione, e una maggiore attenzione invece ad altri prodotti di largo consumo in cui il cadmio è presente, oltre alla protesta degli artisti, ha impedito di applicare il bando.

www.juliabrooker.com


Nel tuo artist’s statement (dichiarazione d’artista) affermi che hai scelto l’alluminio perché sedotta dal modo in cui riflette la luce attraverso veli trasparenti di colore. Puoi raccontarci brevemente il tuo percorso artistico spiegando come è avvenuta la seduzione dell’alluminio? Ricordi il momento esatto in cui è avvenuta?

Sì. È accaduto nel settembre 1999, quando vidi “Crespo”, il dipinto di Jason Martin presso la Lisson Gallery di Londra. Ero all’ultimo anno dell’accademia d’arte. Aveva creato un’illusione ottica, il dipinto appariva come un ologramma, emetteva luce. La pittura blu metallica iridiscente, era stata applicata in perfette scanalature orizzontali attraverso il pannello quadrato in alluminio. Le ondulazioni nelle scanalature facevano saltare fuori l’effetto “Crespo”. Stentavo a credere ai miei occhi e mi veniva voglia di toccarlo per vedere se fosse piatto.

L’esperienza estetica per Schopenhauer, filosofo di cui ammiri il messaggio è, tra l’altro, uscire dalla prigione dell’ordinario in cui viviamo. Eppure l’arte diviene sempre più spesso ‘bene di consumo’, anche se non vuol dire che sia ricercata e apprezzata dalla massa. Il collezionista cerca l’opera di valore su cui investire, mentre il semplice spettatore difficilmente visita una mostra d’arte. Cosa dovrebbe fare l’artista per incentivare maggiormente l’esperienza estetica, per renderla alla portata di più persone?

Visitare mostre come faccio io è un modo conveniente di vedere arte di qualità. E il meglio ti rimane dentro per molto tempo a venire. Fortunatamente per il pubblico, la maggior parte degli artisti non fa parte di quella parte elitaria che produce arte a prezzi esorbitanti.  

Per te è molto importante la condivisione delle emozioni tra artista e spettatore. C’è un modo per avere successo nello stabilire questa preziosa comunicazione dei sensi?

Non è detto. Molte persone pensano che la musica, per esempio, abbia un effetto molto più diretto sulle emozioni. Come artista, puoi solo sperare che ciò che crei possa suscitare un sentimento nel prossimo. Non puoi sapere con certezza se questo accadrà.

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L’arte può contribuire a creare bellezza e la bellezza potrebbe contribuire a restituire umanità all’essere umano. Sei d’accordo con questa osservazione? Viviamo in un mondo che rincorre l’utile egoistico, non si ha molto tempo per soffermarsi ad osservare e riflettere, e la bellezza rischia di essere banalizzata con immagini superficiali (bei corpi, mode effimere). L’arte potrebbe migliorare il mondo se portata nei luoghi dove meno la si aspetta. Con questo obiettivo, dove porteresti l’arte?

Domanda difficile. Penso che il modo migliore per godere dell’arte sia trovarsi in uno stato mentale abbastanza tranquillo da volerla osservare premurosamente. Ed è difficile che accada in un tempo che richiede rapida soddisfazione.

Descrivi il tuo studio come un teatro di cui tu sei il regista. Quali sono le caratteristiche di uno spettacolo artistico di alta qualità?

Sentirsi sicuri di sé, non preoccuparsi del risultato finale, voler davvero realizzare un’idea. Paradossalmente è una questione privata, narcisistica. Niente musica, niente di niente, solo la pittura ed io, tutto il resto scompare.

La linea costituisce il tuo tratto più rappresentativo, soprattutto la linea orizzontale. La distanza ordinata delle linee, la loro corposità, sembrano annunciare una narrazione da seguire attentamente, da sinistra a destra. Il tuo stile richiama una scrittura da seguire con calma e attenzione. È una scrittura che evoca racconti lungo linee tracciate con l’acrilico, ma l’opera è composta anche da pause, distanza tra un rigo e l’altro, intercapedini in cui si nasconde qualcosa. E in questa pausa, o distanza, si cela un’ulteriore narrazione. Un doppio canale di comunicazione all’interno del quale c’è il messaggio dell’artista e anche la possibilità da parte dello spettatore di inserire la propria storia o semplicemente la propria presenza. La tua è sfida comunicativa, un rapporto dialogico ricercato in ogni quadro. Vi è anche una comunicazione con il mondo, inteso spazialmente, con la linea che è anche orizzonte lontano, ripetuto sulla lastra di alluminio come a volerlo rendere più famigliare ogni volta, più vicino, più comprensibile.

C’è anche una comunicazione con il mondo, considerata dal punto di vista spaziale, con la linea che è anche un orizzonte distante, ripetuto sul pannello d’alluminio, come se lo si volesse rendere più familiare ogni volta, più vicino, più comprensibile.
Ho creato la serie “Journal” [Diario] pochi anni fa e l’ho realizzata da sinistra a destra. Risale ai tempi in cui scrivevo diari per registrare i miei sentimenti più intimi, quelli che non potevo condividere. “Injury Time” [Il tempo del dolore] è stato realizzato quando pensavo alle storie raccontate dai prigionieri che segnano sui muri il tempo che passa.

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Il colore acrilico sembra essere la tua scelta privilegiata per ‘scrivere’ sulla lastra di alluminio. Qual è la particolarità che ti ha portato a sceglierlo come medium speciale?

Quando frequentavo l’accademia, usavo la pittura ad olio all’inizio perché pensavo che solo questo tipo di pittura rendesse l’alta qualità del colore. Mi sbagliavo. Dipendeva solo dal fatto che usavo pittura acrilica economica e di scarsa qualità, con bassa saturazione del colore. Adoro l’immediatezza dell’acrilico, asciuga velocemente e mi piace aggiungere strati separati, senza mischiarli tra loro, come si farebbe con la pittura ad olio.

La luce per te è un elemento fondamentale, non solo per le tue opere. Per questo collabori anche con designer della luce, ad esempio Simon Morris Associates, per valorizzare mostre di opere realizzate soprattutto su pannelli di alluminio. Qual è la mostra che sei stata particolarmente felice di valorizzare?

Una buona illuminazione è fondamentale; la sua mancanza può rovinare un quadro. La migliore mostra sulla luce che abbia mai visto si è tenuta a Howard Hodgkin, presso la Hayward Gallery. Le grandi stanze non avevano finestre e, in generale, il grado di illuminazione risultava basso. I dipinti colorati erano incorniciati e piuttosto piccoli. I muri erano dipinti in parte di grigio. Ciascun dipinto era illuminato con il proprio raggio di luce. Un risultato ottenuto con gran cura. I quadri sembravano gioielli su velluto grigio. Bellissimo.

Nel 2013 la tua opera “Masharabiya” è stata selezionata per il Premio COMEL, un premio d’arte contemporanea sempre più importante a livello internazionale e unico nel suo genere per la scelta di opere su alluminio o in alluminio. Puoi raccontarci qualcosa su questo quadro e cosa ha significato per te l’esperienza del premio COMEL?

Per il dipinto mi sono ispirata alle mashrabiya del Medioriente. Si tratta di schermi lignei scuri tradizionali decorati con trame di figure geometriche. Vidi la luce brillante del giorno attraversare queste piccole finestre. La visione mi ha ispirato per creare la mia “Mashrabiya”, con la sua struttura di piccoli archi in fila, con la luce grigia e color cioccolato. Sul dipinto è stata sparsa pittura dorata. Lì dove l’alluminio è rimasto senza colore, c’erano piccole finestre di luce riflesse dall’alluminio stesso. Sono stata felice di essere stata selezionata e di aver visitato Latina, e di aver preso parte all’inaugurazione della mostra.

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Le tue opere sono ricercate in ogni parte del mondo. Oltre al valore estetico, cosa speri di ‘esportare’ con la vendita dei tuoi quadri? Quali sono i messaggi che desideri veicolare?

Spero di incoraggiare i passanti a fermarsi un momento affinché le osservino con calma, e spero che piacciano. L’idea di bellezza cambia, mi auguro comunque che le persone le trovino belle.

Terminiamo con una battaglia personale. Nel 2014 ti sei opposta ad un divieto europeo contro l’uso del cadmio, sostanza inquinante ma preziosa all’interno dei colori che grandi artisti hanno usato in passato e che usi anche tu. Il cadmio in realtà è usato soltanto da artisti professionisti e si trova in colori molto costosi. Sei stata di fatto una paladina di questa lotta e alla fine hai vinto.

Il cadmio può risultare tossico se usato in gran quantità. Alcune industrie lo usano in larga scala; tuttavia l’uso che ne fanno gli artisti è davvero molto limitato. Ho sostenuto questa campagna perché la purezza e la saturazione dei colori sono importanti per me e per il mio lavoro. Il cadmio è un’eccellente, probabilmente la migliore, fonte per i rossi e gialli brillanti. Per fortuna, l’Unione Europea ha recepito la questione.