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Finalista Premio COMEL 2014
Finalista Premio COMEL 2016

di Rosa Manauzzi

Giuseppina (Giosè) Bonsangue nasce a Napoli nel 1962. Vive e lavora a Napoli e Roma. Dopo il Liceo artistico, frequenta l’Università Federico II di Napoli e l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove si diploma e specializza in Scultura. Insegna, come docente incaricata, Plastica Ornamentale nelle Accademie di Belle Arti di Brera, Roma, Palermo e Napoli, e successivamente Discipline Pittoriche e Storia dell’arte presso le istituzioni scolastiche ad indirizzo artistico. L’alluminio, nelle tecniche miste che sperimenta, le consente di creare dicotomie espressive rilevanti, tra materia e luce, dinamismo e intervallo. Il risultato è un equilibrio degli opposti in cui ogni dettaglio contrapposto rappresenta la passione creatrice che si rinnova e il ritmo misterioso dell’esperienza animica.
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali: III Internazionale di scultura Pietro Canonica; I premio Giovani Artisti per la scultura Torre del Greco (NA); 1989, I Premio per la scultura concorso “Liburia”, Napoli; III Premio nazionale di pittura, Cava de’ Tirreni (NA); I Premio per la scultura concorso “Salvo D’Acquisto”, Napoli; 1993, III Premio internazionale di scultura “Bronzetto Dantesco”, Ravenna. Inoltre è autrice di diversi scritti sull’arte. Per due volte è stata selezionata per il Premio internazionale COMEL (III e V edizione).


La tua arte sembra improntata all’obiettivo di decostruire l’oggetto e rendere lo spazio stesso elemento dell’opera. La materializzazione delle tue forme scultoree si realizzano attraverso il vuoto, che non è assenza. Piuttosto si rivela un pieno di cui si percepisce persino un peso. Vuoi spiegarci questo processo così particolare e anche misterioso?

Molto del nostro esercizio speculativo è incentrato sul valore oggettuale dell’esistenza, sebbene già da tempo il “nulla”, il “vuoto”, ha fatto ingresso nel nostro pensiero, articolando in maniera diversa il nostro pensare. In realtà più che fare ingresso, si è venuta a determinare (a diversi livelli di significato e campi operativi) una consapevole emersione di ciò che è in noi da sempre. Generalmente l’angoscia del vuoto porta alla determinazione dell’oggetto, oggetti di diversa natura. In termini creativi, si costruiscono realtà immaginifiche attraverso strumenti e svariate materie, nelle quali vengono impresse secondo registri diversi, continue attestazioni del nostro essere. L’oggetto, così creato, si propone quale realtà tangibile che esalta ed estende la nostra materialità ma al contempo incarna ciò che è mutevole, fluido, indefinibile, impalpabile, immateriale; in ciò i significati e il peso del vuoto, la sua pienezza. Operare nella decostruzione, significa anzitutto vivere con primaria considerazione la pienezza del vuoto, fissare la propria dimora operativa nello sconfinato, pesante vuoto. Questo è il mio luogo di ricerca. Il vuoto, quindi divenuto autorevole, mi chiede di essere esplorato e il processo che va dall’indeterminato al determinato, in termini concettuali, si inverte, il pensiero creativo quindi si direziona dal finito al non-oggetto, alla sua pienezza, alla sua prepotente volontà di proporsi con autonomi significati. Il decostruire attua cosi il principio della non-forma che non significa negazione della stessa, bensì inversione della sua modalità di analisi.
Naturalmente la relativa grammatica visiva non può che disporsi secondo valori formali aniconici. Ogni forma così generata si pone a dialogare all’interno di tessuti strutturali la cui articolazione fatta di corrispondenze o contrappunti di linee ne definisce la morbida disposizione dialettica, non mai imperativa ma sempre e assolutamente dialogica e compenetrativa. Il dialogo strutturale, interno secondo la logica suddetta, si proietta anche nello spazio fisico in cui l’opera si dispone. Esso non può essere una scatola che accoglie! Ha sue logiche, un suo preciso carattere, sue mutevoli dinamiche. Quali? La storia che gli si muove dentro, i pensieri molteplici che si intrecciano, si sovrappongono creando reti invisibili ma dense, ciò che è detto e ciò che non lo è e che si dispone al divenire. Mi piace dire della mia ricerca: più la forma si ribella al visibile, diventando pura espressione di sé, più ne concretizza la sua essenza.
La Decostruzione, nel suo procedere astratto, si configura come il tentativo di raggiungere l’autodeterminazione del mio ritratto più profondo. Quel luogo che conosce e a me è sconosciuto.

Hai unito l’attività artistica, da cui hai ricevuto gratificazioni notevoli, all’attività di insegnamento presso il liceo artistico, oltre a incarichi di docenza in “Plastica Ornamentale” presso le Accademie di Milano, Roma, Palermo e Napoli. Hai mai pensato di lasciare la scuola per dedicarti esclusivamente a creare arte? Sarebbe possibile?

Conciliare la professione di docente con la ricerca e l’attività artistica non è cosa facile…. Ho in grande rispetto la formazione culturale per cui non posso che dedicarmi ai giovani con slancio. Negherei però la mia natura d’artista se non esprimessi il mio piacere, laddove fosse possibile, a dedicarmi esclusivamente alla ricerca artistica.

Bonsangue

Per ben due edizioni sei stata selezionata per il Premio COMEL, nel 2014 e nel 2016. La prima volta con un video, dal titolo, “Rubedo”, realizzato da Alessandro Barrella e Christian Taranto, che illustra le tue sculture in una visione assai suggestiva, quasi magica nel loro apparire nel buio. Si palesano con un’intensità espressiva notevole, in un abile gioco di dettagli, luce, solidità.
Nel 2016, proponi l’opera “In-solida luce”, una pittura, tecnica mista su tavola, che gioca abilmente su piani ed inserti cromatici. Ci racconti come sono nate queste due opere?

Il Premio COMEL, il suo puntuale esserci per l’arte, è una finestra importantissima per l’attività artistica, soprattutto perché nasce in un ambito tessutale italiano del mondo lavorativo e industriale che ha mostrato sensibilità e volontà. Sì, con grande mio piacere ho partecipato e sono giunta finalista per ben due edizioni, nel 2014 con l’opera video “Rubedo”, nata con la collaborazione tecnica dei giovani C. Taranto e A. Barrella, e nel 2016 con l’opera “In-solida luce”, opera su tavola. Nel primo evento, ho voluto considerare varie contaminazioni espressive per una delicata e al contempo forte proposizione dinamica e sonora della materia alluminio, considerando in termini fotografici e filmici alcune mie opere insieme al muoversi materico variamente conformato dell’alluminio. Nel secondo evento l’alluminio, proposto e giocato come superficie riflettente, prelevava e restituiva ritagli di vissuti materici di trasformato alluminio. Entrambe esperienze importanti.

C’è molta filosofia nelle tue opere. C’è un chiaro intento dialogante con l’osservatore e anche un’attenta analisi sulle dinamiche del pensiero umano. A questo proposito, hai dichiarato in occasione di una mostra: “La bidimensionalità offre al fruitore la possibilità di dialogare con l’opera ponendosi in un confronto alla pari; l’opera, così, non accentra in sé verità proponibili ma orienta ad un esercizio creativo del pensiero individuale. L’opera e le sue ragioni si propongono, così, con attenta discrezionalità nello spazio fisico dell’esistenza.” I processi lineari sono quindi convenzioni ingombranti, che devono lasciare posto ad altri più veritieri.

Sì, il dialogo è un elemento fondamentale del mio operare artistico. Il dialogo implica la dualità, l’ascolto biunivoco, il porsi in termini discrezionali di fronte all’altro. Nella mia ricerca superare la tridimensionalità per dare forza al valore bidimensionale, allo spessore, ha la precisa volontà di porre l’opera e il suo osservatore/fruitore in una posizione dialettica paritaria. L’uno dirimpetto all’altro, ognuno con la pienezza del proprio vuoto. L’opera non vuole ammaliare il suo dirimpettaio, ma essere conosciuta, non ha in sé verità assolute ma si propone nella sua eterna vacillante, consapevole mutevolezza. Si pone in maniera discreta ad orientare l’osservatore all’esercizio creativo del proprio pensiero. È così che l’opera trova le ragioni del suo compimento, nello spazio dialogico di significato con l’altro.

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Vivere e lavorare a Napoli, per un artista deve essere davvero una fortuna incredibile. Una città maestosa per l’arte, che incute quasi timore, sicuramente reverenza. Qual è il tuo rapporto con l’arte di Napoli e quali altre città si sono rivelate fondamentali per la tua carriera?

Napoli è la città in cui vivo, luogo di grande vivacità e forti contraddizioni, ma grazie anche alle mie origini siciliane… mi sento veramente cittadina del mondo!

Chi sono stati i tuoi Maestri di riferimento nel corso degli anni e come si è evoluta la tua poetica artistica?

I miei maestri sono dislocati nel tempo e nello spazio: la cultura greca e Giotto, Piero della Francesca e Pietro Consagra, sicuramente e con grande considerazione e affetto Renato Barisani Giuseppe Pirozzi, Enrico Bugli. La mia ricerca muove dalla considerazione della forma, della solida materia che diventa colore e da una continua sperimentazione dei materiali, tutto come sopra espresso relativo alle logiche interne dello spazio.