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Artista finalista Premio COMEL 2013

di Rosa Manauzzi

Angelo Tozzi nasce nel 1960 a Latina, dove vive e lavora. Laureato in architettura, inizia a dipingere già da bambino.
Trova la sua ispirazione studiando le opere dei grandi maestri del minimalismo informale e concettuale. Sperimenta tutte le principali tecniche pittoriche. Ammira in particolare Picasso, Mirò, Pollock, Lucio Fontana, Alberto Burri.
Fino alla metà degli anni ’80 partecipa a numerose collettive, ma sente la necessità di ritirarsi per approfondire una personale ricerca, che lo porterà a lavorare con pochissimi segni e una ‘quasi assenza’ cromatica. Questa sistematica riduzione di segni e colori lo conduce all’arte cinetica e programmata, in cui nulla è lasciato al caso. Tutto è accuratamente pianificato ed elimina la spontaneità del gesto.
Dopo anni in cui ha prodotto opere soltanto per se stesso, nel 2003 decide di tornare ad esporre in personali e collettive. Nel 2010, tramite la Galleria Lydia Palumbo Scalzi, partecipa ad una collettiva al Museo Pietro Canonica a Roma con artisti quali Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Matteo Basilé ed altri. Dal 2011 fa parte degli artisti della Galleria Immagina Arte Contemporanea di Città di Castello (PG). Nel 2013 è tra i tredici artisti selezionati per il Premio internazionale COMEL.

www.angelotozzi.it


Hai dedicato una serie di ritratti a musicisti e compositori, di generi assai diversi ma tutti fondamentali nella storia recente della musica, ad esempio Iannis Xenakis (compositore, architetto e ingegnere greco naturalizzato francese), Richard Walley (importante musicista aborigeno), Pauline Oliveros (fisarmonicista, compositrice e teorica musicale statunitense, figura di spicco dell’avanguardia del dopoguerra) e molti altri che sono stati davvero determinanti nell’evoluzione musicale. Personalità che hai scelto evidentemente guidato da un gusto molto raffinato e ricercato e una cultura musicale ben strutturata. Cosa rappresentano i ritratti? Un omaggio? Una sorta di vibrazione comune ascoltando la loro musica?

Il primo ritratto della serie ‘Portraits’, serie esposta nel 2013 allo Spazio COMEL, fu eseguito nel 2011 e l’ultimo proprio pochi giorni prima della personale con un allestimento molto minimale, curato da Antonio Fontana. Quindi un lavoro durato tre anni in cui ho dipinto seguendo un metodo ben preciso, quasi freddo e distaccato, inizialmente, ma poi in balìa della più totale emozionalità. Tra una rosa di circa quaranta autori ne ho selezionati 21 (16 compositori e 5 compositrici). Il passo successivo fu quello di ascoltare il più possibile delle loro composizioni per poi sceglierne una soltanto di ogni autore che ascoltavo in loop per qualche giorno, finché non riuscivo a focalizzare mentalmente un “ritratto emozionale” dell’autore e di quella composizione. Fu un lavoro molto lungo, anche un consolidamento di quella sorta di “esercizio spirituale” che adotto mentre lavoro e in cui la musica ha sempre un ruolo fondamentale nella fase progettuale delle opere, mentre ho bisogno del silenzio più totale in quella in cui le realizzo concretamente.

Sei considerato un artista di rilievo dell’arte minimalista. Come sei arrivato al minimalismo, attraverso quale percorso?

Ho iniziato a dipingere, in modo continuo, all’età di dieci anni utilizzando le tecniche solite (tempera, acquerello, pastelli) e disegnando principalmente oggetti dal vero. Un giorno mi capitò di guardare su una rivista opere che non avevo mai visto, di cui ignoravo l’esistenza. Fu un vero colpo di fulmine e fu così che cominciai a copiare (ma mettendoci del mio) le opere di Mirò, Picasso ecc. Capii subito che era quello che volevo dipingere, che quello era il mio mondo e quello sarebbe diventato. Naturalmente, studiando seriamente la storia dell’arte, arrivai all’informale che mi fece capire molte cose, mi svelò un mondo fatto di segni e forme cariche di energia. L’approdo al minimalismo fu la conseguenza ovvia ma non scontata: lavorare sul togliere, fin quasi a far rimanere l’essenza in pochissimi segni, a volte anche uno soltanto, che devono esprimere ciò che voglio dire con un’opera.

Quando si parla di minimalismo e si cerca di darne delle definizioni semplici, si dice che è un’arte che riduce al minimo, all’essenziale. Si dice anche che sottrae espressione. Questo è ciò che si percepisce dall’esterno. In realtà anche essere zen significa essere minimalista. Quindi significa anche creare un grande spazio interiore, togliere ciò che non è necessario, fare space clearing nell’anima. Cosa è per te l’essenziale e come ti poni rispetto alla fruizione pubblica della tua opera, considerando che il messaggio finale non è proprio immediato?

Come ripeto spesso, l’arte non serve a nulla oltre a far bene all’anima. Il minimalismo riduce al minimo, all’essenziale, certo, ma deve trasmettere ugualmente un messaggio, un’intenzione, uno stato d’animo (come anche la pittura figurativa, d’altra parte). E se tutto ciò viene percepito da chi guarda un’opera minimalista, vuol dire che anche un segno soltanto, un “minimissimo” segno isolato su una superficie può emozionare, per ragioni imperscrutabili. Uno dei commenti più belli che ho ricevuto nella mia vita è stato quello di una signora che, con molto pudore, mi ha confessato quasi sottovoce che le mie opere avevano parlato alla sua anima, alla sfera più intima del suo essere.

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Duchamp da una parte, col suo riduzionismo concettuale e Ad Reinhardt col purismo pittorico (e l’arte per arte) dall’altra. Quali preferisci dei due o come ti poni tra i due?

Reinhardt cercava un’arte che non avesse alcun legame con la realtà, un’arte priva di emozionalità, al contrario della mia ricerca. Di Duchamp ammiro la sua capacità di stupire con intelligenza e grande senso dell’humor senza mai scadere nella volgarità come spesso accade nella dissacrazione nell’arte.

Nel 2013 la tua opera “Monochrome” (pellicola d’alluminio e cartone su tavola) viene selezionata, tra diverse centinaia di lavori giunti da vari Paesi dell’Unione Europea, per partecipare al Premio COMEL. Il critico d’arte Giorgio Agnisola la sintetizzò così: “Una scala cromatica e sonora è la chiave di lettura dell’opera di Angelo Tozzi, realizzata con una successione ordinata di strisce rilevate e finemente cromatizzate, che paiono tasti di un immaginario piano o leggere canne d’organo.” Ci racconti come nasce “Monochrome”?

Premetto che non avevo mai pensato, prima di partecipare al Premio COMEL, di usare l’alluminio per le mie opere. Leggendo il bando del concorso capii subito che avrei sì usato l’alluminio ma in modo inusitato e pensai alla lamina ultrasottile che si usa per cucinare o conservare gli alimenti. Mi piacque l’idea di dare un valore diverso a un materiale utilizzato da tutti. Essendo molto, troppo sottile quel tipo di alluminio per realizzare l’opera che avevo in mente, cominciai a sperimentare per trovare il modo in cui renderlo idoneo per l’opera progettata. Qualche tentativo fallimentare e poi il risultato finale mi stupì, sinceramente.

In che modo la presenza tra i tredici artisti selezionati per il Premio COMEL ha stimolato la tua produzione artistica successiva?

Ho continuato a usare la pellicola di alluminio e ho creato una serie di opere, mai esposte, che non avrei potuto realizzare con un altro materiale. Ammetto che se non avessi partecipato al Premio COMEL, quel tipo di lavorazione non mi sarebbe venuto in mente e sono molto soddisfatto del risultato di quel ciclo di opere.

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Andy Warhol, Penelope, Stanley Kubrick, Carlo Linneo, Gae Aulenti, William Shakespeare, sono i protagonisti dei tuoi piccoli giardini segreti e delle stanze segrete. Dei cofanetti colorati custodiscono uno o pochi elementi in memoria di patrimoni culturali immensi. Una sorta di microchip artistico, munito di custodia, che racchiude, milioni di dati e reazioni possibili?

Sì, in un certo senso sono come delle capsule della memoria, la loro e la mia.

Chi sono i protagonisti dei tuoi ritratti? E su quale elemento ti soffermi per riprodurli?

Sono il mio mondo, persone che ammiro, che fanno parte del mio passato. Artisti, scrittori, poeti, registi, architetti e via discorrendo: ognuna di queste persone mi ha dato qualcosa, fosse un film, un libro o un’opera d’arte, che mi ha arricchito interiormente e spiritualmente. Quindi non un semplice omaggio ma un “denudare” la mia anima e anche un gesto di riconoscenza verso chi fa parte della mia vita. Per realizzare una stanza segreta o un giardino segreto scavo nella personalità della persona a cui sto dedicando l’opera e trovo un elemento che la caratterizzi: un colore, una forma o qualcosa che la rappresenti. Un lavoro a volte lungo ma che mi dà modo di scoprire elementi e aspetti di cui non avevo idea, prima.

Nel 2015 vieni scelto, meritatamente, per creare un’opera da allegare al catalogo della speciale mostra dedicata ad Alberto Burri, con alcuni suoi preziosi inediti, (tenutasi presso Spazio COMEL di Latina). Quindi poche persone fortunate riescono ad aggiudicarsi una copia della tiratura limitata preparata appositamente da te. Cosa ha significato per te questo accostamento e come hai elaborato l’opera?

Semplicemente la realizzazione di uno dei miei sogni più grandi: io e Alberto Burri esposti insieme! Ricordo che quando i curatori della mostra (Antonio Fontana, il Prof. Giorgio Agnisola, Gabriella e Adriano Mazzola) mi proposero di creare un’incisione omaggio a Burri, fui contentissimo. Qualche giorno dopo realizzai che rendere omaggio a un artista del calibro di Burri non è, ovviamente, semplice. Come ti rapporti con le sue opere? Cadere nello scimmiottamento è altamente probabile se conosci approfonditamente tutta la sua produzione artistica. Quindi? Impasse totale e blocco creativo. Lentamente arrivai alla conclusione che dovevo soltanto essere me stesso, che Burri e io avevamo qualcosa in comune e precisamente una forma che ho usato e uso ancora spesso, quella del “Grande nero”. Soltanto un centinaio di bozzetti e il mio omaggio ad Alberto Burri era davanti i miei occhi. Guardare la lastra e poi le incisioni stampate da Il Bulino di Sergio Pandolfini mi rese quasi insonne, tanto fu forte l’emozione che provai. La realizzazione di un così grande sogno è sempre qualcosa che, volenti o nolenti, ti dà una linfa vitale nuova.

C’è grande rigore nelle tue opere, un lavoro certosino che ti consente di scegliere l’essenziale che è però, allo stesso tempo, il concetto poetico fondamentale da cui può svilupparsi il pensiero dell’opera da parte di chi crea e da parte dello spettatore. Nelle sculture, per esempio “Ultimo nido sulla terra”, proiettato nel 2060, sembra di leggere tutta la precarietà dell’esistenza e anche la bellezza della resilienza. Una presenza, un modo di esserci sempre e comunque, pur nell’indefinita incertezza di ciò che potrebbe accadere. Un minimalismo esistenzialista, che festeggia ogni piccolo sparuto elemento della vita.

Amo la vita profondamente e sono un tipo curioso, devo conoscere e guardare da vicino anche i maltrattamenti che gli uomini perpetrano verso il nostro pianeta. La scultura a cui fai riferimento fu una visione che ebbi una mattina. L’ultimo nido con un unico uovo all’interno, nel 2060, verrebbe pattugliato fino alla schiusa o verrebbe distrutto? Sono sempre ottimista e propendo per l’idea che quell’uovo sarebbe venerato, con una venerazione malata. Molte mie opere sono ispirate alla terra, al rapporto dell’uomo con essa, un rapporto a volte folle e distruttivo. Purtroppo.