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Vincitore Premio COMEL della Giuria 2012

di Rosa Manauzzi

Massimiliano Drisaldi è nato a Roma nel 1939. Ha frequentato la scuola libera del nudo dell’Accademia di Belle Arti di Roma e corsi di incisione presso il Centro d’Arte “Architrave”, dove ha approfondito tutte le tecniche di incisione su metallo. È uno dei più importanti rappresentanti della scuola incisoria romana. Maestro rigoroso delle diverse tecniche dell’incisione e amante del paesaggio romano-pontino.

Dal 1974 si dedica all’attività artistica di incisore e pittore. Ha partecipato a numerose mostre collettive e rassegne d’arte, a carattere nazionale e internazionale, oltre a mostre personali, se pur in minor numero.

Negli ultimi anni la sua attività artistica si è rivolta prevalentemente all’incisione, realizzando oltre trecentocinquanta lastre.

Negli anni ’80 si è dedicato anche all’insegnamento, nell’ambito di una serie di seminari organizzati nel Centro Polivalente di attività culturali di Palazzo Rivaldi di Roma, tenendo corsi teorico-pratici insieme ai maggiori artisti operanti nel campo dell’incisione (tra cui Attardi, Calabria, Fodaro, Maccari, Velly, Vespignani). Nel 1990 è stato uno degli incisori selezionati per rappresentare l’Italia alla “Intergrafik 90”, nona Triennale Internazionale di Grafica della ex Repubblica Democratica Tedesca. Nel 2012 ha vinto il “Premio COMEL Vanna Migliorin Arte Contemporanea” con l’opera “Inverno” puntasecca su alluminio mm 500 x 700.
Nel 2013 gli è stato assegnato il Premio Immagine per l’arte.


Premessa della curatrice

Massimiliano Drisaldi è stato il primo vincitore del Premio COMEL nel 2012. Da allora sono seguite altre quattro edizioni. Ho incontrato i fratelli Mazzola in occasione della seconda edizione e ho subito abbracciato l’idea di valorizzare il Premio rendendolo internazionale. Mi sarei quindi occupata della comunicazione e di tradurre idee e progetti che man mano si sono presentati.

Solo di recente abbiamo pensato di raccogliere le testimonianze degli artisti intervenuti nelle varie edizioni per farne un catalogo. Per questo è stato necessario talvolta andare a ritroso, ritrovando a distanza di pochi anni, i partecipanti selezionati per il Premio. Un incontro che è sempre scambio di tante emozioni, nel segno dell’arte.

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Massimiliano Drisaldi ci ha felicemente accolto nel proprio studio, svelandoci generosamente strumenti, tecniche e una quantità smisurata di opere. Volti di bambini, animali, visi avvizziti di gente incontrata per caso nei paesi; realizzazioni con acquaforte, acquatinta, ceramolle, puntasecca.

Lo studio è colmo di cartelle preziose di cui il maestro ricorda perfettamente la collocazione e la genesi. Sulle pareti omaggi d’arte e soprattutto l’Agro pontino e l’Agro romano, rappresentano la sfida giornaliera alla ricerca della tinta perfetta, di un nero che può declinarsi diversamente in mille sfumature a seconda di quanto la mano sappia incidere, con fermezza e poesia.

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In una stanza attigua, tele ampie e luminose in cui i colori sembrano respirare. Drisaldi non si risparmia nel creare arte e nel mostrarla, spiegandone contenuti e tecniche. Come i grandi Maestri, consapevoli del proprio percorso, si dispiace che oggi siano pochissimi i giovani che vogliono avventurarsi nell’incisione.

“Penso alla cappella Sistina”, ci dice, “e mi chiedo quale mostro di bravura possa averla realizzata, ma poi mi dico semplicemente che era un artista che impiegava il tempo a creare arte”. Una frase che ben rende l’idea del suo impegno costante nel tempo, una vita per l’arte, una carrellata di luoghi e umanità che sembrano frutto di più artisti e più vite. Invece è opera di una sola persona che ha lavorato con infinita dedizione e passione instancabile.


Con l’opera “Inverno” sei stato il primo vincitore del Premio COMEL, un anno prima che questo diventasse internazionale. Una felice coincidenza visto che sia la creazione del Premio sia la tua attività artistica sono fortemente debitori al territorio pontino, che entrambi contribuite molto a far conoscere. Secondo te cos’ha questo paesaggio di particolare, visto che storicamente è sempre stato in grado di suscitare fascino e di spingere almeno ad una sosta per poterlo meglio conoscere e rappresentare?

Creare quest’opera con la tecnica della puntasecca è stata un’impresa. Non avevo mai realizzato un’opera 50×70 cm. È stato necessario un mese intero per portarla a termine. Devo considerarla una vera e propria scultura.
Il territorio pontino e l’Agro Romano li sento molto vicini, hanno tanto in comune. Li conosco, li ho vissuti, mi è facile darne testimonianza perché fanno parte di me. Meritano di essere osservati di più, meritano tutta la cura possibile. Io lo faccio a modo mio, li ritraggo, li incido.

I canali dell’Agro Pontino hanno fatto la storia di Latina (lo scrittore locale Antonio Pennacchi ha scritto un libro, dal titolo Canale Mussolini, che nel 2010 gli è valso il Premio Strega). Eppure oggi sembrano caduti nell’oblio. Gli abitanti si accorgono della loro presenza solo in caso di piena minacciosa. Neppure le amministrazioni che nel tempo si sono succedute hanno fatto qualcosa per valorizzarne i percorsi. Al contrario, la tua arte li erge ad autentici monumenti della memoria. Ne hai tratto una geografia emozionale personale pronta a divenire collettiva ad ogni occasione di mostra.

È la nostra storia. La mia storia. Non credo se ne possa fare a meno. Occorre una memoria per vivere meglio il presente. Spero di valorizzare questi luoghi con ciò che creo.

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Canale di bonifica – 2009

Sei un Maestro in tecniche incisorie: puntasecca, bulino, acquaforte, acquatinta, cera molle… tecniche forse poco spendibili sul mercato e che richiedono una lunga e rigorosa applicazione. Una testimonianza alchemica del lavoro dell’artista, che trasforma la materia nel silenzio e lontano dal clamore. Hai scelto la perizia e la perfezione tecnica, tanto da volere un torchio a stella su misura. La creazione che ne ottieni è sempre originale e intima, sembra riflettere una certa ritrosia alla folla, un po’ di malinconia cromatica; eppure può dar vita anche a creature celebrative ed esteriormente imponenti (come nel caso di “San Michele”).
In tutto questo, qual è il tuo rapporto con la solitudine e con il pubblico?

Non nasco subito come incisore. Nasco come pittore. In realtà è una specie di codice genetico che ti porti dentro, ma devi diventarne consapevole nel tempo, devi scoprirlo. Deve esserci l’occasione che crea l’artista incisore. Si lavora su una lastra di zinco, o di rame, lucidata a specchio e a me la lastra all’inizio incuteva paura. Richiede un lavoro accurato, basta una disattenzione per rovinarla per sempre. Vedi, tutta l’attrezzatura è fatta da me, torchio compreso. L’ho creato in modo tale che non fosse necessario nessuno sforzo. Potrebbe usarlo anche un bambino. E posso stampare senza dover ricorrere a stamperie.
Sulla lastra si stende uno strato sottile di vernice a base di cera che serve a proteggerla dall’azione dell’acido, poi con una punta d’acciaio si disegna sulla lastra, in questo modo l’acido corrode solo là dove la punta d’acciaio ha graffiato la vernice.
L’acquaragia poi toglie la cera protettiva. È un lavoro solitario, alchemico, una sfida anche con se stessi. L’incisore usa l’acido nitrico (o acqua forte) andando incontro a dei rischi per la salute. Le esalazioni sono pericolose. Però il risultato è incredibile. Ho iniziato con la tecnica dell’acquaforte e dell’acquatinta, approfondendo in seguito tutte le altre tecniche di incisione su metallo, per poi fonderle tutte sulla stessa lastra.
Il pubblico è arrivato inatteso, non l’ho cercato. Ho iniziato timidamente. Forse ora mi pento un poco di non essermi messo di più in mostra. Lo fanno tutti, anche chi non produce granché. Ma la timidezza fa parte del mio carattere, sono contento lo stesso di come sono andate le cose.
Ho iniziato a incidere quasi per gioco, grazie ai consigli e al sostegno di Carmelo Fodaro. Le prime incisioni risalgono al 1975. Abbiamo fatto due lastre ciascuno, la moglie Giulia le stampava. E le abbiamo vendute. Incredibile. Ho capito che ciò che producevo era apprezzato dal pubblico e da questa piccola esperienza ho iniziato a capire che l’incisione rappresentava per me la strada maestra. Il primo impatto col pubblico è stato quando lavoravo ai Monopoli di Stato. Si organizzò una gara di pittura e io la vinsi.
Che gioia incredibile! Non me l’aspettavo proprio!

Idrovore, canali, chiuse, dipinti con acrilico su tela. Sono figurazioni geometriche fedeli all’architettura che li ha costruiti. Quasi fotografie ammantate di colore. Gli ‘oggetti’ in sé sono la rappresentazione di quella perfezione artigiana e industriale (magistralmente resa dal punto di vista artistico) che ha consentito all’uomo di disegnare un intero territorio, proprio come un progetto su una tela di humus vitale. Ora, i monumenti che hai voluto rendere imperituri nella loro bellezza, sono del tutto ignorati. Come artista ce ne offri il valore simbolico e funzionale. L’arte pare l’unico strumento per dare equilibrio al rapporto natura-urbanizzazione.

Rimango sempre molto sorpreso quando vedo tutte queste opere meravigliose nascoste dall’erba alta, per nulla messe in mostra come meriterebbero. A volte ho dovuto fare delle piccole imprese per fotografare i luoghi. Con l’amico Vittori, uno dei più competenti collezionisti e conoscitori di incisione, sono andato a fare scatti su cui poi basare i miei lavori. E insieme cercavamo di trovare il giusto gioco di luci e di ombre da immortalare nel rullino fotografico. È solo un aneddoto, che fa ben capire che non è sempre facile individuare questi luoghi, ma ci sono e vanno scoperti.
Sono molto riconoscente a questa terra che mi ha dato lavoro e amore.

Chiusa sul lago di Fogliano

Chiusa sul lago di Fogliano – 2008

Hai ritratto gli alberi, i laghi, i vecchi poderi, i particolari della vegetazione dai connotati ottenebrati, attraverso la tecnica dell’acquaforte e cera molle. Ogni giunco, ogni ramo, conserva la parte più oscura della storia dell’Agro Pontino. Non solo luce, riflessi marini, nuova vita, ma anche morte malarica, stagnazione lugubre e funesta. Se non fosse per quella speranza che si apre a forza tra le nuvole oscure, grazie a lune piene e pace luminosa dopo la tempesta (“Torre Astura”, “Ninfa”, “Podere One”, ecc.). La salvezza sembra provenire dal cielo, che rimescola, scatena, smuove l’acqua che altrimenti sarebbe fatale nell’immobilità putrida.

La Bonifica, non se ne parla mai, ha richiesto un contributo incredibile di vite umane. Migliaia di volenterosi hanno perso la vita. È grazie a loro se queste terre ora sono vivibili e ricche. Hai colto bene vedendo le tenebre, così come hai colto altrettanto bene quando dici che la luce squarcia le tenebre. C’è sempre la luce dopo, dobbiamo saperla vedere. Non ne faccio una questione religiosa. Non sono né ateo né bizzoco. Quindi riconosco che questa luce proviene da qualcosa di altro (non ho consapevolezza da dove arrivi esattamente) ma proviene sicuramente anche dentro di noi. Ora, nel darmi più alla pittura, questa luce sembra inondare completamente il mio lavoro.

Nel quadro “L’onda” (acquaforte, cera molle e bulino su zinco), si avverte tutta la forza distruttiva e allo stesso tempo vitale dell’acqua, del mare. Una potenza talmente immensa che non osa l’uomo avventurarsi con qualche mezzo, come invece si vede nel quadro di Hokusai, a cui mi viene spontaneo accostare la tua opera. La natura non concede confronto alcuno e se vuole in un attimo potrebbe riprendersi ciò che l’uomo ha avuto l’illusione di domare.

L’onda è potente. Direi che arriva ad essere mostruosa nella sua potenza. Rappresenta tutta la forza della natura e tutta l’energia del mare. È la forza smisurata con cui inutilmente l’uomo cerca di misurarsi o, peggio, che l’uomo cerca di dominare. Ma la natura non può essere sfidata, è una sfida persa in partenza. Contro l’acqua non si può nulla. L’onda è un avvertimento del mare: al mare bisogna portare rispetto. Alla natura bisogna portare rispetto.

L’albero (“Inverno”, “La quercia”, “Pioppi”, “Alberi in fuga”, ecc.), radici e chioma, terra e cielo, è elemento onnipresente e identitario dell’Agro. Essere mitico, divinità rupestre che incanta per imponenza e distribuisce vita. Ripreso nel rigoglio della chioma o inciso nell’essenzialità dei rami, è la presenza che contraddistingue il carattere di un territorio. E già solo per questo andrebbe salvato e venerato, non solo con l’arte. Sai che lo scrittore Antonio Pennacchi ha tentato una lotta a favore dei filari frangivento, sempre più rari eppure preziosi. Una lotta impari con il disboscamento continuo però. Cos’è per te l’albero?

L’albero per me è vita. È bello e maestoso. Ha colori che mutano col mutare delle stagioni. Ogni cosa che lo riguarda è importate: dove nasce, dove sta. È il simbolo del territorio che è nostra dimora. Quando si pianta un albero di dice “lo metto a dimora”, a dimostrazione che quella sarà la cosa che con esso condivideremo. Peccato che bastano piccole scuse perché qualcuno poi, al primo fastidio inventato, decida di toglierli. Dovremmo ricordarci che quando non ci saranno più alberi non ci saremo più neppure noi.
Amo gli alberi d’inverno, spogli, che ispirano un segno deciso, quasi scolpito nel metallo, che accoglie l’inchiostro nel profondo del solco e lo restituisce poi sulla carta, in rilievo. Amo riprodurre le variazioni di toni sulle mie lastre, continuando a morderle nell’acido più volte, con tempi diversi. Non è semplice ottenere quel colore. E le opere che ottengo sono ognuna diversa dall’altra, così come ogni albero ha un colore diverso dall’altro.

Chiusa della foce di San Nicolò - 2009

Chiusa della foce di San Nicolò – 2009

Le recensioni alle tue mostre concordano nel definirti uno dei maggiori incisori d’Italia. Un Maestro a cui ispirarsi, quindi. Si intravedono nelle tue opere accenni di William Turner, Caspar David Friedrich, Jean-Baptiste Camille Corot… Quali sono stati i tuoi punti di riferimento nel tuo percorso artistico?

Mi piacciono molto Rembrandt, Piranesi e i pittori simbolisti romani del primo Novecento, su tutti Carlo Alberto Petrucci. E anche Sigmund Lipinsky. Non li ho però seguiti molto, non ho mai seguito correnti. Ho elaborato un percorso tutto mio, assecondando una scoperta avvenuta dentro di me. Ho iniziato con l’acquaforte e l’acquatinta, poi con puntasecca. In seguito ho iniziato a mescolare tutte le tecniche. Ora mi piacerebbe arrivare con la pittura dove sono arrivato con l’incisione. Nell’incisione sento di aver dato il massimo.