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Finalista Premio COMEL 2015

di Rosa Manauzzi

Nato nel 1938 a Itri (LT), dove vive e lavora. Ha studiato pittura presso l’Istituto d’Arte di Napoli. Fin da giovanissimo ha cominciato a delineare un proprio stile basato sulla elaborazione fantastica della ricca realtà che lo circonda. Le sue opere si ispirano al mondo contadino, alle leggende, alle fantasie popolari del suo territorio. Ha esposto in prestigiose gallerie, in Italia e all’estero. Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, il più recente è il premio “Una vita per l’arte”, conferito dalla città di Gaeta nel 2014.
(www.normannososcia.it)


Maestro Soscia, ci può raccontare in breve qual è la sua formazione artistica e quali sono gli artisti che l’hanno influenzata e hanno contribuito a far maturare il suo stile, che oggi viene definito inconfondibile?

Erano gli anni  ’50. Seppi per puro caso che per diventare pittore esisteva a Napoli una scuola specifica: l’Istituto d’Arte. Lo frequentai e lì mi diplomai in  pittura nel ’57, non apprendendo quasi niente. Fu Napoli la mia vera scuola con i suoi straordinari abitanti: fantasiosi, gesticolanti, vocianti. La città offriva gratis un incredibile spettacolo all’aperto, con scenografie di chiese stracolme di tesori artistici, teatri di primo e secondo livello, bordelli, locali di cinema e varietà che frequentai con avidità e stupore. E poi le meraviglie del Museo Archeologico e le pitture della vicina Pompei e di Ercolano che mi segnarono profondamente.
Nel ’56, in una libreria, sempre a Napoli, mi incuriosì un volume di disegni di Saul Steinberg, un umorista di raffinata qualità grafica, che mi illuminò, proiettandomi nella contemporaneità. Per diverso tempo ho disegnato moltissimo sotto l’influenza di questo mostro sacro.  Riuscii a staccarmene  quando, a Roma, vidi opere di Bruno Caruso, di Renzo Vespignani e di Giacomo Porzano in una prestigiosa galleria, L’Obelisco, che frequentai assiduamente, innamorandomi dei disegni di questi artisti. Con l’andare per musei e gallerie in Italia e all’estero (mi incapricciai di andare a Parigi, in vespa, a 22 anni, per ubriacarmi di certe atmosfere e di arte in quella magica città e via via lungo il percorso) ho incontrato altri mostri sacri e di cui porto ancora le stimmate: Marino Marini, Massimo Campigli, Franco Gentilini, Marc Chagall, Fausto Pirandello (del suo grande padre lessi tutto o quasi quello che scrisse: novelle, romanzi e opere teatrali), Hieronymus Bosch ed altri, senza dimenticarmi di Piero della Francesca e della pittura parietale trecentesca e oltre.  Nelle tombe di Tarquinia e nel museo di Valle Giulia il sarcofago etrusco con la coppia sdraiata dal lieve sorriso mi suggerisce ancora coppie distese che si ignorano guardando la tivù ai piedi del letto. I commoventi ritratti visti in Egitto, presso l’oasi di El Fayum, ma anche a Torino nel museo egizio, mi ritornano in mente quando ne azzardo uno io. E poi  gli ex voto visti nei santuari del nostro sud; le incisioni rupestri degli indiani d’America, sorpresi in viaggi avventurosi in New Mexico, Utah e Arizona con l’amico fotografo italo americano Salvatore Mancini: un caleidoscopio di memorie che mi offrono  illuminazioni nel gioco quotidiano dell’operazione pittorica.

Ha ricevuto il Premio “Una vita per l’arte 2014”, conferito dal Comune di Gaeta. Un premio prestigioso che valorizza una lunga carriera artistica votata soprattutto alle radici della propria terra. Terra di Ulisse, di Circe, di incantesimi e trasformazioni. La sua pittura risente molto dell’influenza magica delle tradizioni popolari intrecciate al mito antico. L’artista in fondo è sempre alla ricerca, come Ulisse, però sente anche il bisogno di fermarsi sulla terra ferma e costruirsi un luogo ideale per creare. Pensa di aver trovato il luogo giusto dove approdare o il suo Ulisse è sempre in viaggio?

Nel tempo, gradualmente, ho realizzato un approdo, una sorta di piccolo eden, con piante, giardino, una casa di pietra, dove, con mia moglie abbiamo visto crescere i due figli ed anche le nostre radici e uno studio, da dove ogni giorno, come Ulisse, parto per fantastici itinerari pittorici. Pesco “sirene” o da loro sono pescato cedendo al miele del loro canto.

Nei suoi quadri mito, classicità, elementi surreali e segni contemporanei convivono in un equilibrio apparentemente precario. Cosa riesce a legarli? O meglio, è necessario trovare sempre un legame? O possono essere letti come figurazioni di disequilibrio esistenziale?

Penso di non dover cercare un legame tra mito, classicità e contemporaneità. Questi elementi sono già naturalmente e indissolubilmente insieme. E’ il mio umore che è altalenante.

Alcuni suoi personaggi volano, sulla scia di Chagall. E’ gioco, leggerezza, potere umano che sfida il bene e il male (con tanto di esorcismi) oppure è iniziazione ad una dimensione ultraterrena?

I miei personaggi non volano, ma rasentano il terreno. Non sfuggo al peso della realtà, ma cerco di non appesantirla.

L’aspetto ludico marca molti dei suoi quadri. Il gioco è regole, ruoli e artificio o senso di libertà e desiderio di far sempre permanere l’infanzia in qualche sua forma?

L’umorismo è al 50 per cento presente naturalmente in me: l’avrò ereditato. Il “serioso “ e il “ludico” sono le due facce della mia medaglia che a volte consentono un buon equilibrio.

Perché alcuni suoi personaggi sono nudi, contrapposti ad altri rigorosamente vestiti. Cos’è che vuole mettere a nudo nell’uomo e nella donna?

Buona parte della storia dell’arte è piena di nudi femminili, forse perché venivano richiesti agli artisti da committenti maschi. Io commissiono a me stesso la stessa cosa.

Pescatori di sirene

‘Pescatori di sirene’

I suoi personaggi siedono spesso sul nulla, oppure su sostegni sottilissimi. Solo i bambini, i gatti e i cani domestici sembra sicuri nella loro postura. Cos’è che distingue il mondo degli adulti dalla fanciullezza accomunata al mondo animale?

Mi accorgo che i personaggi che dipingo seduti danno l’idea di esserlo senza che dipinga la sedia. E’ una forma di economia e anche di leggerezza. I cani e i gatti stanno bene così. I bambini non li immagino seduti.

Sacro e profano sono divisi da uno strato esistenziale davvero minimo. Così il quadro “Mater dolorosa” richiama l’immagine gaudente de i “Massaggiatori per signora con spettatori”. In entrambi una figura distesa richiama l’attenzione. Nel primo quadro una madre veglia il figlio, quasi una rappresentazione del Cristo nudo, nell’altro una donna giace godendo dei massaggi di due uomini e degli sguardi da voyeur. Non c’è una cesura totale tra la morte e la passione. Sembra essere questo il messaggio.

Il confine tra il sacro e il profano è sempre così esiguo. A volte il profano sembra più sacro del sacro, specie nel nostro quasi sud. A Napoli ho visto luoghi sacri a un passo dai bordelli. Se immagino un morto che giace sul letto penso che qualche tempo prima su quel letto si agitava una sana passione. Sui letti d’ospedale ho visto corpi sfatti dal dolore su lenzuola di carta e ho pensato alla sindone di Cristo. Sul  letto di ospedale ho visto una coppia baciarsi e mi sono commosso.

La coppia è una delle rappresentazioni più frequenti, spesso accompagnata da un cane. L’animale d’affezione, con la sua fedeltà e l’espressione dipendente e devota, completa o contrasta il duo?

La coppia è un tema costante negli ultimi tempi. A lavoro finito m’accorgo che i corpi della coppia quasi si integrano e una mano  a volte fruga il sesso, ma gli occhi dei due personaggi non si incontrano: guardano noi che guardiamo loro. Invece gli occhi del cane accucciato sono appassionatamente rivolti ai padroni. Che complicazione!

Il critico d’arte Giorgio Agnisola, esprimendo un suo giudizio nel catalogo dedicato al Premio “Una vita per l’arte”, dichiara che c’è una “costante riflessione sul linguaggio” nelle sue opere e “la tentazione di analizzarle in chiave essenzialmente narrativa”. Ogni quadro è una storia, “racconti di un vissuto che affonda per un verso nel mito e nella tradizione popolare, per l’altro nella biografia”. Possiamo dire quindi che ogni sua opera è la sintesi di linguaggi diversi, stratificazione materica di vissuti conosciuti, e allo stesso tempo una lunga e costante confessione biografica?

Un quadro quasi sempre è il ritratto dell’anima dell’artista che lo realizza, anche se raffigura un paesaggio o una natura morta. A ben vedere  i personaggi che vagano nelle mie storie dipinte sono tanti me in diverse situazioni, poetiche, ridicole drammatiche o vagamente oscene.

“Il venditore di lune” è stata una delle tredici opere dell’Unione Europea selezionate per il Premio “COMEL Vanna Migliorin – Arte Contemporanea 2015”. Un giocoliere ammalia lo spettatore, giocando con la luna. E al calar delle tenebre il quadro riluce magicamente, come se davvero una o più lune, fossero contenute al suo interno. Qual è la storia di quest’opera? L’artista è un ammaliatore o un circense disposto a mettersi sempre alla prova?

Il personaggio della mia opera “Il venditore  di lune” è un poeta sognatore, si nutre di silenzi, compie gesti lentissimi. A Napoli ho visto venditori di acqua colorata per i vicoli e nei cinema venditori di giornali vecchi. La gente comprava. Il mio venditore di lune è di questa genia.