Premio COMEL 2014 - Foto di Annalisa Lazzarotto

Finalista Premio COMEL 2014

di Rosa Manauzzi

Di Matteo Vignapiano si conosce poco. In arte Mathieu Vignon, si definisce ‘anonimo’, lasciando che siano le opere a parlare. Vive e lavora ad Aprilia (LT).


Iniziamo dal tuo anonimato. Perché ti definisci ‘anonimo’ e hai scelto un nome d’arte francese?

Oggi la società tende a presentarsi più nell’apparire che nell’essere. Tutto o quasi si costruisce e si identifica nell’immagine quasi sempre virtuale. Questo succede anche nell’arte e il gesto creativo vale poco se non corredato di un personaggio, schedato, costruito. L’opera si abbina all’artista che segue questo schema, alimentandolo, con un sequenziale modo espressivo, che a volte può risultare monotono e che aiuta molto alla massificazione. Io ho scelto l’anonimato, la separazione del gesto artistico dal personaggio. Non sempre ci riesco, non sempre mi è concesso. L’acronimo che uso tende a questo. La scelta, ironica, è un tributo che mi sento di rendere a quei Maestri che, all’inizio del secolo scorso hanno realizzato la nascita dell’arte moderna. È ciò che accadde in Francia.

Il tuo ‘Omaggio a Magritte’ è un’opera provocatoria che si serve di un oggetto di uso quotidiano (una borsa per l’acqua calda) per trasmettere sensualità. Perché hai scelto Magritte e cos’è per te la provocazione? Fino a che punto può spingersi?

Magritte è un Artista che amo molto perché ad una tecnica pittorica sopraffine, ha aggiunto l’inconscio, la mente, l’onirico. La sensualità è molto rara… è una cosa lenta la sensualità. Oggi prevale la fretta, la velocità, la sensazionalità, e quindi è fuori gioco. Peccato, ma a volte, per un gioco alchemico, viene fuori da un’opera, da un gesto, da uno sguardo. In questo contesto è da collocare la provocazione, ma solo intesa a indurre riflessione, e cultura e gusto sono le parentesi in cui deve essere contenuta. Ma questo non combacia con quanto richiede la società di oggi.

Nelle tue opere prevalgono colori forti, squarci di luci che si stagliano nel buio. Quali sono i colori e le tecniche che preferisci per arrivare al pubblico?

No, no… non tendo di arrivare al pubblico con colori o tecniche. Dipingo, assemblo, recupero, modello e fondo quello che sento nel momento della realizzazione del lavoro. Colori e tecniche sono la mia anima, in quel momento. E quindi mi va bene tutto quello che trovo per lavorare. Catrame, piombo, terra, alluminio, stracci, oggetti che non servono più, argilla. A volte trovo il lavoro già fatto, buttato da chissà chi, basta leggerlo, sentirlo, aggiungere una nota. Certo, nutro la segreta aspirazione che interessi anche agli altri.
Permettimi una presunzione: è il pubblico che deve arrivare a me. Sei giovane e gentile, mi perdonerai senza dubbio. Modestamente…. sono vecchio.

La tua idea di arte, per quanto mostri anche su youtube,  sembra servirsi di parole, di brani poetici che si legano ai quadri. Scrittura e arte figurativa si integrano a vicenda o è un accostamento non necessario, che serve soltanto a dire con più forza?

Di cosa può essere fatto un artista se non di anima, di pensiero. L’artista è pensiero, che poi diventa scritto o parola o pittura o scultura o musica o altro. Se non si parte da questo concetto ci può essere solo il pittore, a volte anche bravo, ma non l’artista. Io non sono un pittore.

Qual è la tua formazione artistica?

Ho fatto l’università dell’Arte. Per quarant’anni ho frequentato, lavorando, gli Atelier di grandi maestri contemporanei. Da Emilio Greco a Umberto Mastroianni, da Vedova  fino a Tàpies, per citare alcuni dei più noti.
Ero giovane e miravo alla loro tecnica. Col tempo ho capito che dovevo rubare il pensiero, l’anima. E ci ho provato e ancora ci provo, ma sono irraggiungibili. Vedi, una volta si diventava grandi solo se lo si era.

Cos’è il Caputistudio? Rappresenta un punto di arrivo o un punto di partenza?

Entrambe le cose. L’inizio della crisi economica europea unita ad una globalizzazione mondiale più spinta ha messo in evidenza tutte le criticità del sistema italiano. Anche Caputistudio come realtà professionale ha voluto adeguarsi e proprio per questo abbiamo messo in cantiere un progetto molto ambizioso che va nel terreno della contaminazione fra le discipline. Solo cambiando il modo di vedere le cose potremo uscirne, e noi lo facciamo rilanciando con una proposta professionale/artistico/ culturale su un territorio nuovo ma molto stimolante. Vogliamo creare un luogo che ambisca a diventare un punto di incontro fra generazioni, culture, esperienze professionali e sensibilità artistiche diverse. Un incubatore di stili, dove artigianalità, arte, tendenze e la pratica professionale si contaminino quotidianamente.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento del passato e contemporanei?

Sugli artisti del passato è difficile rispondere, come si fa, il passato dell’arte è enorme per quantità e qualità. Nel contemporaneo è più agevole rispondere, e quello che più mi ha influenzato e influenza è senza dubbio TÀPIES. Dei contemporanei italiani mi piace molto Mimmo Paladino, per la sua versatilità nei lavori, per il suo senso onirico e per il rispetto che porta ai grandi maestri dai quali, chi più chi meno, attingiamo.

Nell’era informatica in cui viviamo, com’è cambiata la richiesta dei progetti e la loro realizzazione?

Quello che cambia è l’estrema facilità con cui si interagisce fra gli interlocutori: oggi tramite la rete si condividono quantità tali di informazioni e dati che solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile. Il mio progetto nasce sempre dal disegno a mano, da schizzi con cui indago in successione i vari aspetti del progetto. Poi inizia una messa a fuoco per gradi successivi delle aree strategiche del progetto che sviluppiamo al computer con i nostri collaboratori; usiamo programmi CAD che ci consentono di gestire anche lo sviluppo delle superfici in 3d. Realizziamo il progetto degli interni e nel caso di barche anche le linee esterne tridimensionalmente. Ci occupiamo di Yacht Design, Architettura civile e Interior Design. Ultimamente abbiamo realizzato il flagshipstore di Christian Louboutine a Roma a Piazza in Lucina, un progetto dove siamo riusciti ad interpretare i desideri del cliente fino al minimo dettaglio. Siamo arrivati fino alla definizione matematica del file che è poi servito al taglio laser delle inferriate metalliche ricavate da una lastra piena, o delle pareti con testurizzazione in 3D di blocchetti piramidali realizzati in travertino. Questa capacità di gestire il dettaglio proviene senza dubbio dall’esperienza di cantiere e dal fatto di avere a che fare con clienti per i quali non esiste la parola: impossibile.

Italia o Francia? Quale di questi due Paesi segnano la tua poetica artistica?

La Francia, l’Italia, la mediterraneità fortemente.

Quale opera ti piacerebbe realizzare?

Dipingere opere per una Chiesa. Opere informali. Esprimere la Cristianità, la speranza dell’uomo prescindendo dalla figurazione. Insomma dipingere l’Anima.

L’arte è sempre bellezza o è anche dannazione?

Sempre, quella vera, è di una dannata bellezza.

Cosa ti senti di suggerire a un giovane che si avvicina alla carriera artistica?

Di leggere, e poi di leggere e poi ancora  di leggere. Solo dopo provare a dire e a fare.