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Vincitore Premio COMEL della Giuria 2013

di Rosa Manauzzi

Tony Charles vive e lavora nella città di Middlesbrough, dove ha fondato insieme ad altri artisti l’attiva galleria Platform A. Ex metalmeccanico ed esperto nella lavorazione dei metalli, ha rinunciato al lavoro in fabbrica per dedicarsi esclusivamente all’arte. I suoi supporti sono i segnali industriali e al posto del pennello usa una smerigliatrice per incidere e levigare acciaio e alluminio. Circondato dal clima cupo del nord est dell’Inghilterra e dall’inquinamento industriale, cerca luce e bellezza nel materiale insolito della segnaletica e vari oggetti di uso industriale. Un traguardo estetico il suo che non dimentica il capitale umano delle fabbriche: il lavoratore è l’eroe ispiratore delle sue opere.


Hai nel tuo curriculum una laurea e un Master in Arte, e nella tua biografia dichiari di avere esperienza nella lavorazione dell’acciaio. Di che tipo di lavoro si è trattato, sei stato operaio, artigiano? Intendo dire, lavoravi in una specie di catena di montaggio o lavoravi il materiale dalla sua forma grezza al prodotto finito?

Quando andavo a scuola il mio insegnante d’Arte mi consigliò di proseguire gli studi artistici ma l’attività industriale in città era così estesa che la maggior parte delle persone di mia conoscenza andava a lavorare nelle acciaierie o nelle industrie chimiche. Mi sono lasciato trascinare e li ho seguiti. Ho appreso le tecniche di fabbricazione e saldatura delle costruzioni in acciaio, più tardi ho lavorato come controllore di qualità nello stesso campo. Non appena ho messo piede in fabbrica mi sono pentito di non aver proseguito gli studi d’Arte. Perciò, alla fine, ho lasciato e sono andato a studiare Arte. All’inizio desideravo rimanere quanto più distante possibile dall’estetica industriale, ma lentamente ho iniziato a intravedere la bellezza insita in essa e ho capito che era una parte importante di me.

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Ancora pratichi questo tipo di mestiere e come ti ha aiutato nella tua formazione di artista?

No, non lavoro più in questo campo ma l’esperienza che ho maturato in fabbrica mi ha dato l’autocontrollo, una qualità che mi ha permesso di considerare la mia pratica artistica come un vero lavoro. Entro nel mio studio alle 9 e ne esco intorno alle 5 o 6 di sera quasi tutti i giorni.

Perché scegli materiale industriale per le tue opere? Riesci a trovare la bellezza e l’armonia anche in questo tipo di materia?

Per rispondere a questa domanda devo raccontarti dei miei primi ricordi. Risalgono a quando avevo tre anni. Suppongo che riesco a ricordare qualcosa della mia infanzia proprio perché deve aver avuto un profondo effetto su di me.
I miei genitori facevano parte dell’Esercito Britannico perciò sono nato a Cipro; ci siamo rimasti per sei mesi. Poi ci siamo trasferiti a Malta dove siamo rimasti altri due anni. In questo periodo i miei hanno lasciato l’esercito e siamo andati in Inghilterra. Mi sono ritrovato a vivere improvvisamente in un luogo situato nel bel mezzo di due siti industriali enormi. Un’acciaieria e un’industria chimica, a quel tempo in piena attività, con l’inquinamento che è facile immaginare. Ero stato trasportato da un clima gradevole, dai colori accesi, a un ambiente freddo, buio e fortemente industrializzato. Per il bambino di tre anni che ero, fu come se mi avessero spento tutte le luci. Dal calore e la limpidezza all’oscurità e al sudiciume.
Dopo un po’ ci siamo un pochino allontanati di qualche miglio da lì ma sono comunque cresciuto all’ombra delle fabbriche e per un periodo ci ho lavorato. L’importanza di questa esperienza a un certo punto si è palesata e ha caratterizzato la mia pratica artistica. Penso che i miei primi ricordi siano in parte responsabili della mia ricerca della bellezza nei processi e nei materiali industriali, quella bellezza che ho perso all’età di tre anni.
Ma, aggiungo, quest’estetica industriale ha qualcosa di fortemente realistico, qualcosa che rappresenta persone reali che lavorano duramente.

Nel tuo percorso artistico, quando hai iniziato a creare per esporre, hai scelto immediatamente l’arte contemporanea o sei passato attraverso diversi generi più classici?

Si è trattato sempre di arte contemporanea ma è stato importante per me praticare alcune tecniche tradizionali, come il disegno e la pittura  derivati dall’osservazione diretta perché questo ci aiuta a vedere il mondo che ci circonda. Seguo ancora una pratica del disegno basata sulle immagini figurative ma tento di dar loro una nuova prospettiva, diversa.

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Qual è la rappresentazione sociale delle tue opere? Cosa vuoi rappresentare, quale tematica in particolare, e cosa vuoi comunicare al pubblico?

Le tematiche cambiano a seconda dell’opera. Provo a sfidare l’osservatore in qualche modo. Alcuni lavori come la serie ‘Vestiges’ (‘Orme’), per esempio, sono state eseguite con la ruggine e spazzate via o aspirate via alla fine delle mostre. Un riferimento alla preoccupazione che le persone hanno riguardo la scomparsa degli oggetti e l’impatto che essi hanno sulla vita domestica. Un altro lavoro è stato creato come monumento in memoria degli operai morti in fabbrica.
L’opera in questa mostra particolare è un tentativo di sollevare una questione: se si tratti di una presentazione pittorica o della rappresentazione di un processo industriale. Altri lavori hanno riferimenti storici o alcuni illustrano semplicemente l’estetica dei materiali industriali o i materiali che non sono tradizionalmente associati all’arte.

La tua precedente mostra in ordine di tempo, ‘Abrasive Action’, già presentata recentemente a Manchester, ha un titolo che sembra molto definitivo, dà l’idea di un’azione decisiva che trasforma per sempre una superficie portando alla luce qualcosa di nascosto. Cos’è che vuoi mettere a nudo?

La mostra tenutasi a Manchester è molto diversa da questa (‘Dressed to Kill’). Il titolo ovviamente deriva dal tipo di processo creativo ed era collegato alla fisicità e alla relazione con il lavoro duro. Tuttavia la mostra è stata di fatto un’estensione del lavoro da me intrapreso sulla Natura Morta. Da un po’ mi interesso al fatto che la Natura Morta sembra essere relegata nella posizione più bassa della gerarchia pittorica e ho analizzato come erano costruiti finemente gli oggetti nella Natura Morta della pittura olandese del XVII secolo. I quadri assumevano più importanza degli oggetti stessi, come se diventassero ridondanti. Questo era un primo segnale della frattura tra Arte e Artigianato. Volevo provare a rendere una pittura che mantenesse l’oggetto; una pittura tridimensionale. L’oggetto aveva una patina pittorica. Avevo sempre considerato i segni smerigliati in  relazione con le pennellate quando ero in fabbrica. Un’altra opera della mostra ‘Abrasive Action’ era un disegno rappresentativo del disco della smerigliatrice; una natura morta di un oggetto che non sarebbe stato normalmente disegnato o dipinto. Era lo strumento con cui avevo lavorato. Un concetto diverso da quello impiegato qui presso lo Spazio Comel.

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Nel 2011 hai partecipato alla 54th Biennale di Venezia in una collettiva, è stata la prima volta per te in Italia? Come è stata questa esperienza?

La prima volta in Italia sono stato a Milano, città che mi è piaciuta molto e ho visto uno dei miei quadri preferiti appartenenti al genere Natura Morta: ‘Canestra di frutta’ di Caravaggio, presso la Pinacoteca Ambrosiana.
Quando sono andato a Venezia ho avuto un’esperienza visiva incredibile. Mi sono subito innamorato di questa città e dell’Italia. Tutti quei Canaletto [dipinti di Giovanni Antonio Canal detto Canaletto] hanno acquistato un senso [nel loro luogo d’origine]! In Italia la luce è così bella che i lavori di Leonardo da Vinci, di Caravaggio, di Michelangelo si mostrano per il loro significato più profondo.

Poi sei tornato perché selezionato tra i tredici scelti del premio COMEL nel 2013 e hai partecipato anche ad una mostra  a Roma nello stesso anno. Cosa hai apprezzato di più del nostro Paese?

Mi sono sentito veramente benvenuto qui. Amo il tempo, l’atteggiamento che gli italiani hanno verso il cibo e ovviamente alcuni artisti contemporanei che mi interessano parecchio. Specialmente il movimento dell’Arte Povera.

Cosa invece non riesci a capire o non ti piace?

Domanda difficile, te lo dirò quando avrò imparato qualcosa in più dell’Italia

C’è qualche artista italiano che ti piace particolarmente? E perché? Come ti ha influenzato?

Mi interessano soprattutto gli artisti dell’Arte Povera, specialmente Pino Pascali e Jannis Kounellis [di origine greca, si è trasferito a Roma fin dagli anni ‘50]. Sono molto interessato alle loro idee e alla loro estetica perché c’è una connessione con ciò che faccio. Se osserviamo le loro opere degli anni ’60 risultano così attuali. C’erano idee simili in America nello stesso periodo, con gli artisti del Minimalismo come Robert Morris, Carl Andre, Robert Smithson, Richard Serra e altri, ma l’Arte Povera ha una storia artistica così grande che per alcuni aspetti richiede più coraggio, sembrava più radicale fare qualcosa di simile in Italia. Ho grande ammirazione per loro.

Chi ti ha influenzato di più dal punto di vista artistico? Artisti inglesi o di altri Paesi?

Nella mia ricerca più recente nella Natura Morta, mi sono interessato particolarmente ai lavori di Giorgio Morandi. Amo la semplicità delle sue opere e l’economica dei mezzi con cui è fatta la sua pittura. Mi sento vicino all’Arte Povera e ai Modernisti. Ma vivo in Gran Bretagna, perciò ho più contatti con gli artisti britannici. E’ difficile ma provo a osservare il più vicino possibile le idee interessanti. Al momento posso dire di essere più influenzato dalla mia esperienza lavorativa e dalle idee italiane. In futuro potrebbe cambiare, non so.

Una delle tue opere è dedicata agli operai morti duranti gli incidenti nelle fabbriche. Noi qui le chiamiamo “morti bianche” perché sono innocenti e il bianco simbolicamente rappresenta la purezza. Ovviamente questi incidenti sono collegati alla mancanza di sicurezza e in questo forse la responsabilità è anche dell’operaio, ma a volte sono causati dalla stanchezza, da troppe ore di lavoro. Possiamo dire che viviamo in una società in cui la creatività e la vita vengono sacrificati al lavoro? Non potremmo vivere più felicemente con meno lavoro e più arte?

“Morti bianche” è un’espressione interessante. Nella mia mostra dedicata agli operai morti ero consapevole del fatto che queste persone erano allo stesso tempo innocenti ed eroiche. Hanno contribuito enormemente all’economica ma non sono stati considerati eroi. Diversamente da chi muore in guerra per esempio che è sempre celebrato e riceve lo status di eroe.
Penso che la creatività possa essere applicata ad ogni tipo di lavoro, e l’arte è anch’essa un lavoro. Alcuni lavori sono più pericolosi di altri, e sarà sempre così, perciò dobbiamo diventare creativi per creare più sicurezza. L’arte non ha il monopolio sulla creatività. Possiamo trovare creatività nelle scienze, nell’ingegneria, nello sport e qualsiasi altra professione o lavoro. Essere creativi è ciò che ci fa progredire  in ogni aspetto della vita. Penso che vivremmo meglio con più creatività.

Qual è l’opera ideale che vorresti realizzare nella vita e a chi la dedicheresti?

Un’opera in grado di aprire la mente delle persone, sarebbe diversa da qualsiasi altra mai creata, riuscirebbe a comunicare in modo chiaro ma sarebbe anche una sfida allo stesso tempo, e creerebbe comunicazione.
Comunque, non sono sicuro di come si presenterebbe o se davvero vorrei realizzarla perché forse, a questo punto, dovrei fermarmi. Non avrei più nulla da dire!
La dedicherei a chiunque e a qualsiasi cosa mi ha ispirato per realizzarla.

Se fosse possibile paragonare la tua arte alla musica, quale colonna sonora vorresti?

Probabilmente qualcosa di Bob Dylan perché è uno dei miei artisti preferiti.

Perché la mostra si intitola “Dressed to Kill”?

La lavorazione industriale che uso nelle mie opere si chiama smerigliatura. Viene usata spesso per pulire superfici in acciaio e altri metalli. Spesso si usa per ripulire dalla saldatura o per togliere pittura o ruggine dall’acciaio. Altri termini per questa pulitura sono ‘Fettling’ [raschiatura] o ‘Dressing’ [levigatura o lucidatura].
Levigare [to dress] una saldatura o un pezzo di acciaio significa pulirlo con un processo di smerigliatura. Ovviamente ha un doppio significato perché si riferisce anche ai vestiti. Ecco la ragione per cui le opere si intitolano “Formally Dressed” [vestito elegantemente] e “Informally Dressed” [vestito casual].
“Dressed to Kill” è anche un’espressione inglese che significa molto elegante e vestito con stile. Non ha nulla a che vedere con l’uccidere [kill]. E’ particolarmente rilevante per questa mostra in Italia perché, in Inghilterra, il modo di vestire degli italiani è percepito come elegante. L’opera dal titolo omonimo è stata creata proprio per l’occasione, perciò ho deciso di dare lo stesso nome alla mostra.